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Cos'è la depressione |
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| Oscuro perché nascosto, come la maggior parte delle malattie mentali, per vergogna di un comportamento che devia, in maniera inspiegabile, dalla presunta normalità. Nascosta, la depressione, anche per una sua caratteristica intrinseca: l'isolamento dagli altri, la chiusura in se stessi dovuta alla perdita della speranza di guarire. Ma guarire oggi si può, e si deve, a tutte le età; inutile colpevolizzare il malato, la famiglia, la società, meglio invece rivolgersi al medico per avere una diagnosi tempestiva. |
Segni e sintomi |
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La depressione, nella classificazione medica, rientra nei disturbi dell'umore. L'umore può essere stabile oppure può variare lievemente, anche nel corso di una stessa giornata, perché influenzato positivamente o negativamente dall'ambiente esterno e dalle situazioni incontrate. Quando però il tono dell'umore è marcatamente rivolto verso il “basso” si entra nel campo della patologia, si parla cioè di depressione come vera e propria malattia, e non come stato d'animo passeggero. Con il termine depressione, in realtà, non ci si riferisce ad una patologia univoca ma a una serie di disturbi, distinti tra loro, che presentano però alcune caratteristiche comuni. I sintomi generalmente presenti (ma non tutti insieme) nelle varie forme depressive sono:
- disturbi del sonno con insonnia o ipersonnia
- scarso appetito e perdita di peso o, al contrario, incremento dell'appetito e del peso corporeo
- perdita d'interesse per le attività quotidiane
- incapacità di provare piacere (anedonia)
- modificazione del desiderio e delle abitudini sessuali
- diversa percezione della stima di sé con autosvalutazione e sensi di colpa
- mancanza di energia e affaticamento eccessivo
- difficoltà di concentrazione
- mancanza di volontà, apatia
- tendenza a isolarsi dalla società e dalla famiglia
Una classificazione clinica precisa è necessaria perché il medico possa formulare una diagnosi corretta e stabilire, di conseguenza, la terapia più appropriata. |
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Depressione maggiore |
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| È caratterizzata dalla presenza quotidiana, per almeno 2 settimane consecutive, di umore depresso, accompagnata da 4 o più dei sintomi descritti sopra. Nella depressione maggiore compaiono anche agitazione o rallentamento psicomotorio, ricorrenti pensieri di morte fino all'ideazione suicida.
Questa è la forma più grave e invalidante di depressione perché compromette notevolmente la vita sociale e lavorativa, i sintomi inoltre oscillano nel corso della giornata con peggioramento nelle prime ore del mattino. Si presenta con esordio acuto in genere intorno ai 40 anni, ma può comparire ad ogni età e colpisce le donne 2 volte più degli uomini. è probabilmente dovuta ad alterazioni biochimiche a livello cerebrale, cioè a carenza di uno o più dei seguenti neurotrasmettitori: noradrenalina, dopamina, serotonina. In molti casi di depressione maggiore esiste una chiara predisposizione familiare, la malattia, infatti, colpisce frequentemente i parenti di primo grado di soggetti che ne sono già affetti.
Naturalmente si diagnostica il disturbo depressivo come maggiore quando si può escludere che i sintomi siano dovuti agli effetti di farmaci, di altre sostanze o ad altre patologie concomitanti (sindrome organica dell'umore). Analogamente, una fase depressiva transitoria (depressione reattiva) è giustificata e fisiologica in presenza di un lutto o di un evento particolarmente traumatico, ma si risolve spontaneamente entro un paio di mesi. |
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Distimia |
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È la più frequente tra le depressioni minori, cioè tutti quegli episodi depressivi meno gravi, caratterizzati da minore compromissione delle relazioni sociali e dell'attività lavorativa.
La distimia si presenta con disturbi lievi ma con andamento cronico; si diagnostica quando sono presenti almeno due dei sintomi classici e si protraggono già da uno o due anni. La diagnosi così tardiva è dovuta proprio alla cronicità della malattia: il paziente, all'inizio, si convince quasi che il disagio quotidiano sia parte integrante del suo carattere da sempre. La distimia esordisce spesso in maniera subdola e insidiosa già durante la fanciullezza o l'adolescenza, ma viene diagnosticata solo più avanti negli anni. Si riscontra maggiormente nella fascia d'età dai 18 ai 45 anni e prevale nelle donne. Tipico della distimia, non grave di per sé, è il presentarsi associata ad altre psicopatologie come la depressione maggiore, l'ansia, l'abuso di sostanze, i disturbi alimentari, i disturbi di personalità. |
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Le cause |
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Molte sono le teorie, sviluppatesi negli anni, che tentano di dare una spiegazione all'insorgere dei disturbi depressivi, nessuna in realtà ha centrato l'obiettivo ma quelle confermate da evidenze scientifiche sono tra loro complementari. Ciò significa che in ognuna di queste ipotesi c'è un po' di verità, che tutte insieme contribuiscono a delineare i meccanismi coinvolti nella depressione senza però risolvere l'enigma primario: perché viene questa malattia?
A metà degli anni '70, si sviluppò la cosiddetta teoria monoaminergica che individuava due classi di depressioni a seconda del neurotrasmettitore che sarebbe stato carente a livello del sistema nervoso centrale, depressioni da deficit di serotonina e da deficit di noradrenalina. Questa ipotesi fu presto affiancata anche dal suo opposto: ci sono, infatti, evidenze che l'iperattività degli stessi neurotrasmettitori può coesistere con uno stato depressivo.
L'ipotesi genetica sull'ereditarietà della malattia, confermata da studi su gemelli omozigoti, è ad oggi sfumata verso un concetto di familiarità, come spiegato nella depressione maggiore e qui di seguito.
La teoria più recente spiega l'insorgere della depressione sulla base dell'interazione di tre fattori: vulnerabilità personale, eventi stressanti e scarse abilità sociali. Ipotizza quindi che alcune persone abbiano una predisposizione congenita (deficit di neurotrasmettitori, alterazioni ormonali) che le rende più vulnerabili nel caso di scontro con eventi negativi di perdita (lutto, divorzio, separazioni). La mancanza, o il basso grado, di abilità sociali del soggetto nell'affrontare adeguatamente l'evento stressante determina la comparsa di disturbi dell'umore più o meno seri. |
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Gli antidepressivi |
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| Il principio d'azione comune a tutti i farmaci antidepressivi risiede nel controllo dei livelli cerebrali di alcune sostanze, i neurotrasmettitori, la cui variazione determina cambiamenti dell'umore. I neurotrasmettitori sui quali agiscono più o meno selettivamente i farmaci attualmente disponibili sono tre: dopamina, serotonina e noradrenalina, per cui si parla di farmaci dopaminergici, serotoninergici e noradrenergici per indicare su quale o quali neurotrasmettitori agiscono. |
Le molecole disponibili |
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In ordine storico le quattro classi di farmaci antidepressivi sono:
- litio (sotto forma di sali) nato verso la fine degli anni '40 a tutt'oggi consigliato per le forme depressive maggiori, specie quelle caratterizzate anche da episodi maniacali; viene classificato tra i neurolettici. Il meccanismo d'azione del litio, non è ancora del tutto chiaro, ma è probabilmente da attribuire alla sua interferenza sul trasporto del sodio nel sistema nervoso e quindi nella neuro-trasmissione
- antidepressivi triciclici (imipramina, amitriptilina, nortriptilina) pure nati negli anni ‘40 molecole più specifiche per riequilibrare la neurotrasmmisione. Agiscono inibendo la ricaptazione (cioè il riassorbimento dagli spazi tra un neurone e l'altro) delle amine biogene, in particolare la noradrenalina.
- anti-MAO (anti-Mono-Amino-Ossidasi) questa classe di farmaci, molto meno usati oggi perché l'efficacia non è conciliabile con le pesanti controindicazioni, ha un meccanismo d'azione simile ai precedenti, ma anziché impedire la ricaptazione, impedisce che i neurotrasmetrtitopri siano degradati, cioè distrutti, degli enzimi deputati a questa funzione, che sono appunto le MAO.
- Gli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) come fluoxetina, sertralina, fluvoxamina, paroxetina, citalopram. Questi farmaci agiscono selettivamente sulla serotonina impedendone, impedendone il riassorbimento.
SSNRI (inibitrri selettivi del reuptake della serotonina e della noradrenalina). Analogji ai precedenti, svolgono la loro azione anche sulla noradrenalina. |
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Come si stabilisce la terapia |
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Mai come in questo caso la scelta viene personalizzata, nel senso che è ben possibile che col tempo sia necessario cambiare dosaggi, somministrazioni e anche farmaco. Ciononostante alcune linee generali sono state individuate. Di solito si inizia con le molecole più recenti (SSRI, SSNRI) perché presentano alcuni vantaggi: hanno meno effetti collaterali, sono efficaci già a basso dosaggio, non richiedono il controllo periodico dei livelli che il farmaco raggiunge nel sangue . Nel caso non si ottenga il controllo dei sintomi si procede a cambiare o la molecola all'interno della stessa classe o anche il tipo di farmaco.
Va però tenuto presente che gli antidepressivi, soprattutto quelli di ultima generazione, richiedono un certo tempo prima che si instauri l'effetto: di norma tre o quattro settimane. Questo rende spesso necessario associare all'antidepressivo un farmaco ansiolitico o ipnotico che ha il compito di contrastare le manifestazioni collaterali della depressione, quali ansia, agitazione, insonnia. A questo scopo si usano principalmente le benzodiazepine, che hanno il vantaggio di una notevole rapidità d'azione.
A volte l'antidepressivo, in particolare quelli ad azione mista serotoninergica e noradrenegica, può effettivamente “attivare” il paziente e allora può essere utile associare un ansiolitico. |
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Quanto dura la terapia |
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Il trattamento della depressione viene diviso in tre fasi: il trattamento acuto, il consolidamento, il mantenimento. La lunghezza della terapia con antidepressivi è determinata in larga misura dalla durata della fase di mantenimento. Questa a sua volta dipende da molti fattori: la gravità dei sintomi, la tendenza a ripresentarsi degli episodi, la capacità del paziente di poter continuare a “funzionare” sul piano famigliare e sociale anche se si ripresentassero i disturbi. Il pericolo viene però soprattutto dalla sospensione prematura del farmaco e non da un prolungamento dell'assunzione, anche perché a differenza degli ipnotici/ansiolitici, gli antidepressivi non danno dipendenza. Ciò non toglie che il rapporto col medico deve essere costante e periodico, così da rivalutare l'andamento del paziente.
L'interruzione del trattamento, poi, non deve essere brusca e improvvisa, ma va attuata gradualmente, soprattutto per le sostanze di più recente introduzione. |
Gli effetti collaterali |
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| I più comuni sono relativamente lievi e non determinano disagi insostenibili: cefalea, secchezza delle fauci, più raramente agitazione e insonnia. Recentemente è stato sollevata la questione dell'aumento di peso, che riguarderebbe soprattutto i pazienti in trattamento con SSRI per lunghji periodi e con dosaggi elevati. In realtà questo effetto non riguarda tutta questa classe di farmaci, ma solo alcuni. E' quindi possibile cambiare la molecola o, se questa scelta non produce risultati (diminuisce l'efficacia oppure non diminuisce la spinta al cibo), è possibile intervenire sul piano dietologico o dell'attività fisica. |
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