Gli atteggiamenti dei decadenti sono collegati al rifiuto del mondo e dell'ordine borghese: al falso uomo borghese si contrappone il tentativo di creare un nuovo ordine: da qui nasce l'estetismo e l'abbandono al disordine.
Andò in crisi l'interpretazione positiva della realtà, per cui si rifiutava il fatto che la ragione potesse interpretare esattamente la vita e la realtà, ma vedevano la ragione come uno strumento limitato che non poteva scalfire l'essenza misteriosa e profonda della vita perché la vita vera e propria non sono le cose (le apparenze fenomeniche). Ma la vita vera è quello che sta oltre: la sostanza più profonda delle cose che si manifestano in questa dimensione apparente. È quindi assurdo pensare alla vita in termini deterministici. Non c'è niente di deterministico nell'esistenza, ma solo causalità inquietante e misteriosa. Di conseguenza la ragione si ferma molto prima e può eventualmente rendere ragione dell'apparenza fenomenica delle cose, ma anche questo fino ad un certo punto perché la vita è un flusso continuo che si trasforma; come dice Berson, la vita è “slancio vitale”.
Un altro presupposto derivante da questo è che l'essenza non esiste più. La ragione quindi si sforza di costruire una realtà quando una realtà non c'è. C'è quindi forte perplessità nei confronti della scelta, non un rifiuto arrogante, ma anche rispetto e fascino.
Acquista peso la fusione IO-MONDO: la realtà profonda, cioè la vita stessa che non potendo essere compresa è misteriosa ed inquietante. Se i confini fra le cose non sono quelle segnati allora fra le cose stesse non c'è più tanta differenza: si può ritrovare parte di se stessi nelle cose esterne e viceversa. Il magma della vita coinvolge tutto in una misteriosa fusione.
La vita non è più regola, non ha nessuna identità, rimane solo l'inquietudine dell'ordine.
La ragione è quindi impotente e nociva perché produce delle schematizzazioni che non hanno valore: tutti i parametri di accostamento alla realtà cadono.
In filosofia Schopenhauer in “Mondo come volontà e rappresentazione” scrive dell'”will zu leben”, cioè voglia di vivere: il movimento inconsapevole della vita che spinge a vivere (voluntas).
Le rappresentazioni non sono altro che un modo in cui ci rappresentiamo la vita, ma sono fittizie, sono costruzioni intellettuali. Schopenauer dice che di fatto l'uomo crede di vivere, ma in realtà è vissuto. Quindi quando l'uomo pensa di essere attivo, questo non è altro che un alibi.
Per quanto riguarda le risposte poetiche, c'è da chiedersi innanzitutto se la nuova realtà può essere intuita in qualche modo, se può essere tradotta in poesia e se la parola umana possa cogliere il bagliore della vita autentica.
Il primo a rispondere in proposito fu Boudelaire, con le corrispondenze: al di là delle cose apparenti, c'è la vita, le segrete corrispondenze. Il poeta con la sua capacità intuitiva, non lo scienziato, può cogliere dei barlumi di questa realtà profonda. Il contributo della poesia è quindi quello di cogliere alcuni elementi della vita misteriosa. Significativo in questo senso fu “Illuminationes” di Rimbaud ( raccolta di poesie in cui al poeta appare improvvisamente senza nessun motivo logico un bagliore di vita oltre), in cui si dimostra come il mondo può manifestarsi all'uomo tramite manifestazioni, per delle frazioni di secondo.
Questo presuppone un particolare atteggiamento del poeta:
Ridimensionamento: la poesia è nelle cose. Il poeta non è soggetto attivo, non crea poesia, ma si mette umilmente in ascolto perché la poesia è già nella Natura e nell'oltre. In questo però il poeta ha un vantaggio perché con la parola poetica è l'unico che possa riprodurre almeno un bagliore della vita (mentre gli altri sono ancorati a un linguaggio razionale).
Il poeta per avere un beneficio dalle illuminazioni deve spogliarsi delle presunzioni che animano l'uomo, deve regredire ad una condizione anteriore alla razionalità; bisogno cioè di provocare l'illuminazione che può avvenire solo per poche frazioni di momenti (cfr. Ungaretti: “in noi c'è un porto sepolto”).
Secondo i poeti maledetti la via per arrivare a questo è il disordine dei sensi. Rimbaud nella “Lettera del veggente” parlava appunto di disordine dei sensi: bisogna che l'uomo sconvolga l'ordine fittizio della propria persona. Partendo dallo sconvolgimento dei sensi occorre cancellare le divisioni ordinate fra essi perché nel disordine possono aprirsi i varchi per le illuminazioni.
Concetto logico: siccome la vita è caos, anche il poeta deve divenire caos.
La poesia diviene simbolica, allusiva ed evocativa , mentre fino ad allora era stata descrittiva, in cui si affrontavano grandi temi (questo vecchio tipo di poesia finisce con la seconda metà dell'800).
Le parole ora non valgono più per quello che vogliono dire, ma per il simbolo a cui vogliono alludere e che solo il poeta può cogliere; è chiaro che la parola non può più voler dire ciò che vuol dire realmente. Il poeta (poeta-mago) diviene il tramite fra la vita vera e il mondo.
La parola non ha più un significato normale, ma va oltre: è il simbolo misterioso dell'assoluto. La poesia è quasi autocomunicazione: cioè il poeta parla a se stesso, è quindi una poesia aristocratica ed elitaria, di difficile lettura. |