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Anni di ricrescita e crisi |
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| Nel 1960 la produzione raggiunge il picco: 160 sono i film realizzati di cui 66 coproduzioni, 61 con la Francia ;gli incassi sono aumentati e il numero di spettatori , dopo aver superato gli 800 milioni, decresce meno del resto d'Europa. Si è entrati nel periodo di massimo splendore del cinema italiano. |
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Da non dimenticare coproduzioni di successo internazionali come La dolce vita, La grande guerra e Il generale della Rovere.
Quanto più lo sguardo s'allarga e il livello della sfida si eleva, tanto più però si entra in un nuovo ciclo di mutamento strutturale. Nei primi anni '60 ci si rende conto da parte dei produttori che, per sostenere i nuovi livelli di sfida,il prodotto deve adeguarsi agli standard tecnici raggiunti dai concorrenti americani.
Dagli anni '60 alla seconda metà dei '70, si valorizzano tutti i tipi di prodotti nazionali ,d'autore e di genere, che godono di una potente spinta sui mercati di tutto il mondo per merito del western, subendo , però, subito dopo, una caduta a picco, a causa della concorrenza del mercato musicale e televisivo e della mancata approvazione di una nuova legge che ridefinisse la materia. In 10 anni sono venduti oltre 200 milioni di biglietti in meno.
Il decollo industriale porta i contadini ad abbandonare il proprio mondo, proprio nel momento in cui il cinema è riuscito a mettere radici nei piccoli paesi. Non morirà il cinema, ma sparirà un tipo di visione collettiva all'interno di comunità omogenee.
Per far fronte alla situazione, la via della coproduzione appare il sistema privilegiato di difesa, protezione e attacco, per tramutare elementi di debolezza in punti di forza.
Con l'approvazione della nuova legge del 1965, lo stato incrementa, con le tasse sugli incassi, i suoi introiti, mentre i ristorni a favore dei produttori si riducono in percentuale, e per i ritardi nelle erogazioni perdono la loro effettiva funzione di sostegno per la produzione. Ulteriore danno sembra venire dai privilegi che la legge Corona conferisce all' Istituto Luce, attribuendogli il ruolo di documentari e corto e lungometraggi finanziati dallo stato o da società a partecipazione statale.
Risultano meritevoli, sulla carta, le intenzioni di favorire , con un cospicuo sostegno, gli esordi registici ed i film di qualità, ma di fatto non sarà così, infatti tante piccole imprese saranno costrette a chiudere.
La televisione, inoltre,con la proliferazione dei canali privati, inizia a raccogliere i frutti di un diverso tipo di coltivazione dell'immaginario collettivo, grazie anche all'ausilio di videocassette e videoregistratori.Il tempo del cinema , che nel dopoguerra aiutava a costruire dei mondi possibili e nuovi orizzonti di attese e si sintonizzava con i ritmi e la volontà di ricostruzione del paese, sembra ora “morire”.
C'è crisi anche nel mercato italiano,che,a parte i primi anni '70, nel decennio successivo, sembra essere ridotto al ruolo di semplice consumatore di prodotti cinematografici e televisivi made in USA.
Nella profonda trasformazione dell'industria culturale, la sala cinematografica non è più un bene di prima necessità:decine di milioni di spettatori cominciano a disertarla e a dirigere altrove consumi e tempo libero. |
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Gli anni 60: memorabili annte e prodigiosi raccolti |
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Gli anni 60 sono stati memorabili per qualità e quantità,sperimentazione e innovazione, oltre che per la potente espansione della cinematografia italiana nei mercati mondiali. I primi 4 titoli della classifica degli incassi del 1960 sono: La dolce vita, Rocco e i suoi fratelli, La ciociara, Tutti a casa.
Senza che ancora la critica sia in grado di prenderne atto,( i critici più autorevoli sembrano in stato di shock di fronte alle opere di Fellini e Antonioni , ne continuano a registrare l'incompletezza e la frammentarietà, senza capire il mutamento profondo apportato ai modelli narrativi ed iconografici), il cinema di genere fa emergere il talento di una serie di artigiani che già la critica straniera promuove al rango di autori con l'A maiuscola. Negli anni 60, lavorano 4 generazioni di registi in una condizione di libertà creativa ed espressiva, di possibilità economiche e comunione con il pubblico che non ha eguali in passato. La bottega artigiana di Cinecittà raggiunge il punto di creatività più alto della sua storia.
I modelli narrativi e le forme del racconto, il lessico, il montaggio, le tecniche recitative e di ripresa fotografica, le musiche e i suoni, i trucchi, la cura nelle ricostruzioni storiche, tutto subisce profondi modifiche, dalle opere d'esordio di Tinto Brass, Bernardo Bertolucci, Brunello Rondi, Gian Vittorio Baldi, ai film di genere: un laboratorio straordinario.
Nella folla d'esordienti si possono ricordare OLMI E PASOLINI , BERTOLUCCI E FERRERI, I FRATELLI TAVIANI E PETRI, TAVIANI, SCOLA, LA WERTMULLER , BRASS,BELLOCCHIO, ORSINI, LEONE, BRUSATI, ENRICO MARIA SALERNO, ECC.
Per lo più, rispetto alle generazioni dei padri, gli esordienti credono nel film come opera d'autore e cercano di realizzare il primo film in condizioni di massima libertà e controllo del processo creativo. Autori come Olmi non solo immaginano la storia, la scrivono, la dirigono, ma sono anche in grado di fare gli operatori e montatori.
L'opera è concepita senza preoccuparsi dei condizionamenti produttivi e del destinatario.
Alla costruzione del racconto s'oppone la sua decostruzione, lo sviluppo lineare dell'azione, la sua ripetitività esasperata e la frammentazione narrativa, che affida al lettore-spettatore il compito di una libera ricostruzione ed interpretazione del testo.
Il personaggio-uomo entra in crisi, senza uscire del tutto di scena, o essere soppiantato dai nuovi procedimenti.
Il <<cinema di poesia>>, nel senso datogli da Pasolini, trova il suo pubblico, quello <<di prosa>>, raggiunge il massimo dei destinatari anche con temi alti e difficili, il cinema sperimentale trova i suoi esegeti e cantori nella critica.La maggior parte degli autori attribuisce al cinema un ruolo politico e sociale. |
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Storia come monumento e memoria rivisitata |
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Grazie alle nuove condizioni storiche e politiche,nazionali ed internazionali,si rivela sempre più forte e diffusa l'esigenza di rivisitare la storia appena passata, ripensando alle maschere e agli stereotipi dell'italiano degli ultimi cent'anni.
Gli esordi contribuiscono a rinnovare l'intero paesaggio registico, senza che, peraltro, siano rescissi i cordoni ombelicali con la tradizione del dopoguerra e che i registi delle generazioni precedenti siano ridotti al silenzio.
Grazie all'avvento del centrosinistra, alla caduta di molti tabù tematici, si rivisita la storia senza più limitazioni, né complessi: si assiste ad un processo di laicizzazione e apertura della stampa cattolica e di quella comunista.
Dal 1960 sullo schermo tornano a crepitare i mitragliatori tedeschi in decine di film; tornano riaprirsi ferite mai rimarginate e pagine dolorose della storia sono rilette con intenti più riflessivi, problematici ed articolati. Basti pensare a quei film che cercano di raccontare le difficoltà delle scelte individuali e le ragioni dei “ ragazzi di Salò ”.
La novità è anche data dall'accettazione della complessità del reale, dalla ricerca delle ragioni degli sconfitti, o di chi ha scelto di continuare la guerra a fianco dei nazisti. Tiro al piccione(1961), è il film più anticonformista in questo senso e Giuliano Montaldo è il primo regista che abbia tentato di raccontare la storia dalla parte di un giovane che ha aderito a Salò.
La memoria rimossa della lotta di Liberazione e della guerra torna, dunque, dal 1960 con prepotenza. Anche TOTO' è arruolato in questa fase ( I due marescialli, Corrucci,1961; I due colonnelli, Steno, 1962).
Lo spettacolo dell'Italia che cambia diventa la fonte privilegiata d'osservazione. In ogni caso la modernità è intesa come crisi, e mentre la realtà contadina è osservata nel suo progressivo distaccarsi dalla corsa del paese verso l'industrializzazione, la fabbrica,territorio tabù fino agli anni 60, entra sempre più nel raggio dello sguardo di alcuni registi. Con ROCCO E I SUOI FRATELLI , il mondo degli operai è oggetto di un racconto che si sviluppa in forma di tragedia. Di colpo, in decine di film, da Il tempo si è fermato( Olmi, 1960 ),a I Compagni ( Monicelli, 1963), proletari e operai acquistano visibilità e ruoli sociali sempre più significativi. Si varcano i cancelli della fabbrica, la quale rimodella la città a sua immagine.
Per un cinema che ha sempre raccontato le avventure della piccola borghesia con uno sguardo privilegiato alla realtà romana, il mondo operaio del Nord appare una realtà sconosciuta, da scoprire rappresentandone ora i sentimenti, ora la presa di coscienza ideologica, ora le difficoltà di adattamento ai nuovi ambienti. Ma già ad un decennio di distanza, film come La classe operaia va in paradiso ( Petri, 1971 ) Mimì metallurgico ferito nell'onore ( Wertmuller, 1972), Delitto d'amore ( Comencini, 1974 ), Romanzo popolare ( Monicelli , 1974), ci pongono a contatto con operai massa sempre più anomali e psicologicamente disturbati, costretti a fare i conti con i sentimenti, prima che con i salari.
Negli anni di piombo, e di ristrutturazione del lavoro nelle fabbriche, il cinema è difensore e testimone della scomparsa di una specie sociale che in passato era rimasta comunque sempre ai margini della scena.
I primi anni 70 sono anche anni di disgregazione immaginaria e reale dell'idea di Stato, che si trasforma in un luogo dominato da forze oscure che tramano contro gli stessi cittadini( Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto , 1970, Damiano Damiani).
Nasce il cosiddetto << CINEMA POLITICO D'AUTORE >>, che oggi rappresenta una fonte di primaria importanza per la comprensione del periodo che va dalla morte di Giovanni XXIII e di Palmiro Togliatti all'uccisione di Aldo Moro.
In questi anni, di disgregazione delle certezze, di perdita di rappresentatività dei partiti e dei modelli di riferimento,da una parte non nasconde le sue simpatie terzomondiste e per tutte le forme di lotta che si verifichino altrove, dall'altra ha il merito di porre interrogativi inquietanti, di riflettere sull'esigenza di decifrare un presente sfuggente e soprattutto di denunciare l'incertezza delle scelte, il riconoscimento degli errori e la caduta progressiva della fede nelle forze politiche organizzate. Questo è un aperto atteggiamento antistatale, che costruisce figure di rappresentanti dello stato come concentrato di tutti i mali. ( La battaglia di Algeri 1966 ; La Cina è vicina 1967; di Bellocchio ; Cadaveri eccellenti 1976 di Rosi ; I dannati della terra 1968 di Orsini).
Lo spirito del 68 tocca anche registi e sceneggiatori con un discreto curriculum alle spalle, che inseriscono i loro forti messaggi anche nei film in costume.Il cinema ha la funzione di tenere accesa la fiamma rivoluzionaria, rimanendo un punto di riferimento ideale ed ideologico forte. Queste pulsioni rivoluzionarie si manifestano attraverso simboli e colori. Il rosso delle bandiere, che si accende nel finale di Uccellacci e Uccellini , o di quelle agitate dai garibaldini nelle scene di battaglia di Gattopardo, in Chi lavora è perduto, La Cina è vicina, Amore e rabbia, Romanzo popolare, e ancora Novecento di Bertolucci dove la Resistenza celebra la sua apoteosi attraverso la più ampia bandiera rossa mai apparsa sullo schermo.
Il regista che meglio interpreta la storia economica, istituzionale e politica dell'Italia del dopoguerra è di certo ROSI .
L'obiettivo di Francesco Rosi è stato quello di capire la realtà attraverso il cinema e l'ha fatto con il rigore e l'immediatezza di una scrittura visiva che se, da una parte, ha come proprio nume Visconti, dall'altra tiene conto del cinema americano,dall'altra ancora si modella su nuove forme di comunicazione, come l'inchiesta giornalistica o giudiziaria. Con Salvatore Giuliano (1960) si mostra già come non vi sia opposizione tra potere politico e potere mafioso e come i volti di entrambi si confondano.
I film di Rosi sono destinati sempre più a costituire fonti storiche , che potrebbero servire a capire le tappe e le tecniche dell'irresistibile ascesa del potere mafioso. Questi film continueranno a parlare, a mantenere la loro carica d'attualità per la forte qualità della scrittura visiva, per il senso del ritmo, la capacità di valorizzare le doti attoriali e la perfetta miscela di etica, passione civile e dominio del mezzo cinematografico. |
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Epopea eroicomica del boom |
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Tutte le strade del cinema italiano dal 1960 passano per la COMMEDIA. Essa diventa il vero “luogo comune”, la bottega creativa in cui meglio si valorizzano saperi e forme di racconto colpite da giudizi quasi sempre negativi.
La commedia, con personaggi che si muovono e agiscono senza farsi portatori del punto di vista dell'autore o degli sceneggiatori, è in pratica un testo unico e tutt'ora aperto a più tipi di letture, mentre nel film politico il senso è guidato e si consuma in modo più facile nel momento in cui il destinatario non è più in grado di capirne i riferimenti e di condividerne i messaggi.
Il nuovo protagonista della commedia è un piccolo uomo che inizia con tutti i mezzi la sua scalata sociale ed è pronto a vendersi l'anima pur di migliorare il suo status sociale ed economico.
La commedia non registra solo la trasformazione profonda e in senso negativo e di perdita dei valori nei modi d'essere degli italiani, ma nei film più ambiziosi i protagonisti ritrovano dentro se stessi il senso profondo di un'etica che sembrava perduta.
Le miserie e gli stracci sono lontani: i protagonisti popolari dell'Italia alle soglie del boom si muovono entro nuovi scenari, hanno capacità e competenze linguistiche più ampie, passando dal dialetto all'italiano e si adattano presto alla nuova condizione economica. La commedia, infatti, è l'accresciuta mobilità che incrementa la mescolanza dei dialetti, destituisce il romanesco del suo ruolo di dialetto guida e favorisce la nascita di una lingua franca, un italiano informale, figlio della televisione,( che Pisolini nel 1965 ha battezzato come <<neo-italiano>>), delle canzoni, di foto e cineromanzi e del cinema.
La commedia, senza rescindere il cordone ombelicale con il sud, cerca di mostrarne sempre più il carattere arcaico, violento, arretrato,e sottosviluppato. Con Divorzio all'italiana(1961), Sedotta e abbandonata(1963 ) di Germi, Il mafioso(1962 ) di Lattuada, Salvatore Giuliano (1963 ) di Rosi, s'imprime una volta netta alla rappresentazione del meridione. Anche il riso assume un risvolto tragico e si comincia a sottolineare con forza la separatezza della storia siciliana dalla storia italiana.
In questo periodo la lezione dei maestri trova il terreno più fecondo. E' al loro lavoro di bottega, più che alle singole personalità, che si rende omaggio. Alla gioia, al piacere del lavoro in comune, al senso d'amicizia ed al divertimento, all'emulazione e al senso di partecipazione creativa da parte di tutti.
Mediante soggetti che parlano delle lotte operaie di fine 800, della prima guerra mondiale o del ventennio fascista, si riesce a far rivivere una memoria storica rimossa e a riflettere su profitti e perdite del mutamento quasi in tempo reale. Si ride per i comportamenti dei personaggi in costume o in divisa, come per l'invenzione linguistica, ma la vera forza del meccanismo del comico risiede nel fatto che viene sollecitato il riconoscimento del presente nel passato e che tutto viene confezionato rispettando uno standard che punta alla “qualità totale”. Circola in tutta la produzione l'esigenza d'una nuova moralità: alcuni personaggi sono posti di fronte alla necessità di liberarsi delle maschere, per compiere scelte irreversibili.
I mostri( Risi,1963 ) è il primo di una lunga serie di film che riuniscono una galleria straordinaria di ritratti di italiani in corso di rapida trasformazione.
Sia nei film d'autore che nei generi corre un atteggiamento di presa di distanza moralistica e di sottolineatura degli aspetti negativi prodotti dal boom: la divaricazione della forbice economica, i danni prodotti dalla crescita, l'irriconoscibilità del paesaggio, l'aumento del malessere comunicativo, lo svilupparsi di una competitività cannibalesca( Il sorpasso , Risi 1962, Il boom De Sica 1963). I rapporti sociali e civili in questi film regrediscono a forme di sopraffazione tribale e lotta per la sopravvivenza. La ricchezza, ottenuta in modo facile e senza troppo preoccuparsi del rispetto delle leggi, è una delle cause del rapido mutamento di costumi e dei modelli di riferimento morali e sociali( Anima nera , Rossellini 1962 , Le bambole , Risi, 1965. In tutto ciò sarà la donna a pagare i costi più alti ( La ragazza con la pistola , Monicelli 1968), anche se molte delle protagoniste trovano la forza di reagire e non farsi travolgere.
Importante diventa, più di tutto, il consumare:l'italiano popolare, il piccolo e medio-borghese entra nella civiltà dei consumi. Inizia a viaggiare, a confrontarsi con nuove mentalità, nuove forme di organizzazione sociale e differenti costumi sessuali; è ignorante e curioso: di buono conserva una discreta dose di tolleranza verso il diverso. Sarà soprattutto ALBERTO SORDI, attore, ma soprattutto regista a raccontare la nuova epopea dell'italiano, non più povero e con le valigie di cartone legate con lo spago, alla conquista del Nord Europa. Il nuovo status però non gli impedisce di accorgersi che la rapidità del mutamento è stata eccessiva, il cammino alle sue spalle è disseminato di rovine sentimentali e il benessere economico è raggiunto a prezzo del deserto affettivo e della rinuncia di non pochi ideali e valori.
Un altro importante motivo sviluppato dalla commedia è la rapidità dei mutamenti dei costumi sessuali, la crisi dei ruoli e delle identità sessuali.
Ultima la registrazione dello scempio ambientale, il mutamento del paesaggio delle coste adriatiche, amalfitane o sarde, a opera di una selvaggia speculazione edilizia.
La commedia, fra tutti i generi degli anni 60, se riscuote un importante successo nel mercato interno, supera a fatica i confini nazionali. |
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I mostri: padri e figli |
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Tra tutti i padri della commedia MONICELLI è il primo ad aver fondato una propria casa di produzione nei primi anni 60 per realizzare i suoi film in totale libertà.
La grande guerra insieme a I compagni (sulle prime lotte operaie nella Torino dell'800), lo hanno portato a contatto con la storia collettiva.
Con L'armata Brancaleone (1963) dà vita ad una storia, che dietro alle maschere e al linguaggio goliardico-maccheronico-fumettistico, parla del presente e della corsa degli italiani verso i paradisi della Cuccagna, un miracolo economico alla portata di tutti. Egli segue le avventure dello sgangherato micro-esercito capitanato da Brancaleone da Norcia, alla conquista della Terrasanta.
Egli dà importanza soprattutto a quella categoria di “ perdenti nati ” che, nonostante tutto, ha la forza di andare avanti. In La ragazza con la pistola (1968), cerca di raccontare il difficile cammino di una ragazza siciliana nel compiere il salto dai costumi e condizionamenti medievali della sua terra, alla libertà del mondo anglosassone. Dal 1975 a oggi ha girato quasi 25 film tra cui ricordiamo Il frigorifero (1970), Vogliamo i colonnelli (1974), Romanzo popolare (1974), Amici miei( 1975), Viaggio con Anita (1978 ), Speriamo che sia femmina (1986),e più di tutti Un borghese piccolo piccolo (1976):una presa d'atto della fine di un'epoca,della irrapresentabilità degli italiani per perdita irreversibile di tutti i caratteri positivi.
LUIGI COMENCINI con Tutti a casa (1960) racconta l'antieroico viaggio di ritorno di un gruppo di soldati sbandati dopo l'8 settembre del 1943 e la loro risalita morale ( da non dimenticare la memorabile interpretazione di Sordi del sottotenente Innocenzi). Dagli anni 60 e 70, grazie a titoli come Incompreso, Infanzia,vocazioni,prime esperienze di Giacomo Casanova,veneziano,Le avventure di Pinocchio,Lo scopone scientifico,Mio Dio,come sono caduta in basso!,Cuore, Comencini è il primo autore della commedia ad essere inserito nel Phantheon dei maestri del dopoguerra. Egli fa emergere i temi del suo mondo e della sua poetica, tendando di esplorare con amore il mondo lontano, misterioso e carico di dolore e di paure dei bambini.
DINO RISI è l'autore più interessato a cogliere e registrare, con uno sguardo disincantato, i fenomeni che stanno trasformando il paesaggio antropico, urbanistico e geografico dell' Italia e degli italiani. Un vita difficile , primo film di una specie di quadrilogia( Il sorpasso, La marcia su Roma e I mostri ), è l'esemplare storia di vita di un italiano, dalla liberazione agli anni del boom, della caduta progressiva delle sue speranze e dell'accettazione di compromessi d'ogni tipo. Risi con i tratti del caricaturista, crea le sue macchiette ed i suoi personaggi, una galleria di figure in apparenza forti, ma in realtà fragili, piene di progetti per il futuro, ma con una serie di disastri e rovine sentimentali e professionali alle spalle. L'attore che meglio riuscirà ad esaltare le caratteristiche del cinema di Risi sarà Gassman, con cui si creerà un sodalizio per almeno 20 film. Nei film ambientati al presente I mostri, L'ombrellone, Il giovedì e Il Gaucho, Risi imprime un nuovo ritmo di montaggio ai suoi film, adattandoli ora ai tempi del rock e delle canzoni di Mina, Gino Paoli e Cementano, riuscendo così ad anticipare nuove forme di racconto per immagini in cui la musica determina il racconto e la sua sintassi visiva, e a catturare l'atmosfera dell'epoca. Di solito Risi è meno portato ad aggiungere il messaggio pedagogizzante; nei primi anni 70, però, si registra una svolta importante nella sua filmografia: In nome del popolo italiano, Mordi e Fuggi, Profumo di donna, nel quale racconta di un personaggio di cui per la prima volta si evidenziano la fragilità emotiva e sentimentale assieme a dimensioni psicologiche più profonde che l'aggressività ed il gioco delle maschere finora è riuscito a dissimulare. Nell'ultima fase registica diventa ancor meno disincantato: come per gli altri anche per Risi gli anni di piombo significano perdita di qualsiasi fiducia nella leggibilità del presente.
ETTORE SCOLA ha compiuto un lungo apprendistato scrivendo barzellette per i giornali umoristici. Il suo esordio è nel 1964, con Se permettete parliamo di donne, in cui delinea 9 ritratti femminili.
Con Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? (1977) mette a confronto 2 modelli di civiltà; nella provincia di Vicenza ambienta Il commissario Pepe (1969), mettendo a nudo una realtà di perversioni, corruzione, vizi, ben dissimulati sotto l'aspetto bonario del perbenismo, del potere cattolico e delle tonache ecclesiastiche. Nei primi anni 70 gira, a Torino, un film, quasi sperimentale, sulle difficoltà d'integrazione d'un ragazzo meridionale nella capitale dell'automobile: Trevico-Torino, in cui il ragazzo vede la realtà ora come una jungla, ora un labirinto, una fortezza che lo respinge, e cerca, nonostante tutto di risolvere i piccoli problemi di semplice comunicazione, comprensione di codici di comportamento che gli sono estranei. Molto significativo Una giornata particolare (1977): nel giorno della visita di Hitler in Italia, in un gigantesco casamento popolare svuotato dai suoi abitanti, una casalinga, provata dai troppi parti, che ha quasi perso il rapporto con il proprio corpo, e un omosessuale ttenuto sotto controllo dalla polizia fascista, s'incontrano per caso e per un attimo riescono a mettere da parte le rispettive solitudini e a riscoprire un momento di vera intimità, di colloquio e contatto emotivo e fisico con l'altro. Da questo momento il suo cinema si misura con la storia. Negli anni 80 e 90, infine,Scola sceglie la strada del racconto minimalista, dell'osservazione di una cellula molto rappresentativa.( Che ora è? , '89).
NANNI LOY è il regista che più si situa in una linea di confine tra il territorio della commedia e quello con più nette intenzioni drammatiche. Dopo un paio di coregie con Puccini realizza L'audace colpo dei soliti ignoti (1959) a cui seguono Un giorno da leoni e Le 4 giornate di Napoli . L'umorismo di Loy è quello più venato di spirito anglosassone, in cui lo spirito e i caratteri più esteriori e superficiali del riso della commedia lasciano il passo all'amarezza dell'ironia, alla riflessione sul male di vivere e sulle difficoltà quotidiane della lotta dell'uomo comune per la semplice sopravvivenza.
Da menzionare infine LUIGI MAGNI, per il gusto della ricostruzione storica,la carica sanguigna e popolaresca con cui fa muovere i suoi personaggi in base a potenti passioni politiche e sentimentali; PASQUALE FESTA CAMPANILE, capace di percorrere la strada della commedia soft-erotica e di osservare i mutamenti dei costumi sessuali degli italiani; LUCIANO SALCE, che verrà soprattutto ricordato per aver diretto i primi film della saga di Fantozzi, verso la metà degli anni 70. E' questo tipo di umorismo, intelligente e spesso sofisticato, che aprirà la strada alla commedia degli anni 70. |
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Dalle stelle alle lucciole |
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Negli anni 60, nel periodo di esaltazione del corpo e di nuovi canoni di bellezza femminile, si assiste ad un improvviso passaggio di poteri al sesso maschile.
L'esplosione della cometa divistica dipende anche dal fatto che il desiderio collettivo comincia a spostarsi poco alla volta dallo schermo ad altri oggetti. Il nuovo punto di irradiazione diventa la televisione, che promuove a dive le presentatrici dei programmi o i conduttori ed i partecipanti dei concorsi a quiz. Anche i cantanti daranno vita, a partire da Domenico Modugno, Mina, Cementano, Gianni Moranti, Albano, a film costruiti sulle loro canzoni.
Mutano anche gli elementi che formano gli attributi divistici: la giovinezza e la bellezza non sono più canoni assoluti.
In questa nuova condizione e trasformazione mediatica del fenomeno, un piccolo gruppo di attori riesce a monopolizzare la scena per almeno un quindicennio rivestendo tutti i ruoli possibili e riuscendo ad acquisire l'aura e lo stato divistico grazie alle loro doti attoriali. Marcello Mastroianni, grazie alle sue interpretazioni nei film di Visconti,Monicelli,De Sica, Fellini, Bolognini, Antonioni, Risi, Scola e Tornatore, incarna la nuova icona divistica dell'italian lover: è quello che entra con più naturalezza e leggerezza nei suoi personaggi, essendo capace di azionare un intero spettro di emozioni e sentimenti servendosi di mezzi minimi, lavorando su sfumature e toni quasi impercettibili.
Insieme i quattro mostri della commedia ( Gassman, Sordi, Tognazzi e Manfredi ) accanto agli ideali di bellezza e virilità, hanno incarnato quelli dell'ambiguità sessuale, della crisi di identità, e hanno indossato con eguale nonchalance gli abiti proletari o piccolo-borghesi, la tonaca da prete e i costumi settecenteschi, violinisti zoppi, registi in crisi e muratori in preda a crisi di gelosia folli…
A VITTORIO GASSMAN , dei quattro moschettieri, spetta il ruolo di D'Artagnan per l'impeto con cui irrompe sulla scena della commedia. Di colpo sa rinunciare alla carriera di interprete e regista drammatico di teatro per indossare gli abiti della commedia, contribuendo in modo sostanziale al suo decollo, interpretando nello stesso anno il ruolo di Peppe, il pugile suonato dei Soliti ignoti, e di Bussaca in La grande guerra.
Dei quattro, invece, spetta ad ALBERTO SORDI il primato di ruoli rivestiti, di varietà e rappresentatività delle figure interpretate. In Storia di un italiano (1979),ha raccolto per la televisione le sue interpretazioni più significative.
Sordi si identifica con le figure più significative degli italiani furbi, mammisti, affetti dalla sindrome di Peter Pan, opportunisti, maestri nell'arte di arrangiarsi, un po' disonesti,ma in fondo simpatici, che si possono incontrare ovunque nel dopoguerra.
Come per i film di Totò, anche quelli di Sordi raccontano i mutamenti e le persistenze, i molti vizi, i tic e le poche virtù( tra tutte fondamentale è quella di riuscire a sopportare i colpi più duri della sorte senza mai arrendersi) nei caratteri, nella storia e nella vita degli italiani: ora protagonisti, ora carnefici, ora vittime, ora colti da sindromi eroiche, ora paralizzati dalla viltà o capaci di sacrificare tutto in nome del denaro, o ancora capaci di atti di sublime altruismo e generosità.
UGO TOGNAZZI viene arruolato nella squadra di serie A dei comici dopo aver raccolto, insieme a Raimondo Vianello, un gran successo televisivo nella trasmissione Un due tre . La coppia si scioglie grazie a Luciano Salce, che affida a Tognazzi il ruolo di protagonista in Il federale e poi quello di un maturo quarantenne che perde la testa per una sedicenne( La voglia matta ). Due interpretazioni che lo promuovono sul campo ai ruoli comico-drammatici e lo portano a fianco di Gassman in La marcia su Roma e I mostri.
Tognazzi non ha mai esitato a interpretare personaggi ripugnanti sotto ogni punto di vista. Non c'è nelle sue interpretazioni quella simpatia, quel senso di assoluzione finale, che lega invece soprattutto Sordi ai suoi personaggi.
Ultimo arrivato sulla scena della commedia, NINO MANFREDI conquista il suo ruolo da protagonista in modo discreto, educato, quasi scusandosi di continuo per la propria involontaria invadenza. Del gruppo è quello più capace di rappresentare la debolezza e la fragilità in ogni suo aspetto, ma anche l'educazione, il senso del rispetto civico e civile, di far vibrare le corde interiori, di offrire una recitazione in cui all'urlo e agli schiaffi di Gassman oppone il silenzio, l'accettazione passiva degli eventi.
La prima vera occasione gli viene da un film spagnolo El Verduco ( Luis Berlanga 1963), che gli consente di mettere in luce la componente più grottesca e amara della sua maschera di perdente nato. Della vastissima galleria di personaggi, sono da ricordare la figura del soldatino muto dell' Avventura di un soldato , nell' Amore difficile , quelle di Il padre di famiglia , dell' emigrato in Pane e cioccolata , dell'abusivo in Cafè Express , e soprattutto Geppetto nel Pinocchio di Comencini.
MONICA VITTI , dopo essere stata per alcuni anni la musa del cinema di Antonioni, viene associata al gruppo dei comici, con doti mimiche che le consentono di giocare con il proprio corpo, ora attraverso un uso disarticolato e marionettistico, ora caricandolo come una bomba erotica. Tra i suoi esiti più alti della commedia : La ragazza con la pistola, Dramma della gelosia, tutti i segni particolari in cronaca, La super-testimone e Polvere di stelle ...
L'oscar per l'interpretazione della Ciociara va a SOPHIA LOREN , a soli 26 anni. Di fatto sarà l'ultima diva espressa del cinema italiano, dotata di aura e di tutti i classici attributi di glamour e bellezza richiesti ad una diva. Grazie al sodalizio con Mastroianni e De Sica in Matrimonio all'italiana , vivrà la sua lunga stagione senza avvertire la concorrenza delle attrici più giovani. Ancora oggi riesce ad amministrare il suo patrimonio divistico forte di una bellezza che sfida il tempo e le consente di assumere ruoli impegnativi( Cuori estranei , 2002), ma anche apparizioni pubblicitarie, come, per esempio, la testimonial d'un marchio di prosciutto prodotto in Emilia Romagna.
In declino, invece l'astro della LOLLOBRIGIDA , che pur bellissima agli inizi degli anni 60, non sembra più corrispondere ai nuovi canoni e non trova registi capaci di valorizzarla nella nuova fase più matura.
Negli anni 60, oltre a Claudia Cardinale, Stefania Sandrelli e Monica Vitti, faranno la loro apparizione Virna Lisi, Catherine Spaaak, Sandra Milo e Ornella Muti, che sapranno unire bellezza e talento, ma che sembreranno meno dotate di potere “numinoso”.
Negli anni 70 costituiscono un caso divistico particolare BUD SPENCER e TERENCE HILL che, grazie ai western, danno vita ad una coppia che fa rivivere le gesta comiche di Stan Laurel e Oliver Hardy, mescolando lo spirito della slap-stick comedy con i film d'azione.
Oggi il cinema italiano offre un più che discreto numero di attori, da Claudio Amendola, a Stefano Accorsi, da Francesca Neri a Margherita Buy, da Sabrina Ferilli a Nancy Brilli a Chiara Caselli, da Raul Bova a SERGIO RUBINI a Laura Morante, Kim Rossi Stuart, Alessandro Gassman., Diego Abatantuono, Massimo Boldi, Luca Barbareschi, Fabrizio Bentivoglio, Maria Grazia Cucinotta, ecc.
Il fatto è che, fatta eccezione per Benigni e Monica Bellucci( che grazie alla loro forte personalità sono riusciti a recitare con registi stranieri con semplicità), si ha l'impressione che il divismo non sia più di casa nel cinema italiano eche i fenomeni divistici si possano riscontrare in molti altri luoghi: dalla tv alla politica, dal calcio al motociclismo, dalla musica all'automobilismo, dal melodramma alla moda, ma non nel cinema.
Nei primi anni 80 va registrato il “fenomeno” CELENTANO , che si muove con disinvoltura tra diversi mezzi, ed anche il fatto che si crea una nuova ondata di attori comici che hanno ottenuto il loro primo successo in televisione( Carlo Verdone, Cuccino, Nuti, Troisi, Benigni, Boldi, De Sica, Teo Teocoli, ecc.
Comunque il confronto con i divi del passato non è più proponibile: oggi, le occasioni di esibirsi sotto le luci dei riflettori e davanti alle telecamere ( Uomini e donne, Amici, Grande Fratello, La fattoria, Saranno Famosi) si sono moltiplicate a dismisura, fondando il successo sull'incompetenza a tutti i livelli. |
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Horror, western, film politico, eros...: Le grandi stagioni dei generi |
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In Italia è sempre mancata una vera cultura del fantastico. Di tutto il primo trentennio del cinema sonoro si potrebbe citare forse Il caso Haller (Blasetti,1933) che riecheggia i casi del Dottor Jekill e Mr Hyde. Poi, all'improvviso, nel mitico 1960, si può notare come occupino un posto di secondo e terzo piano anche 5 film dell'orrore: La maschera del demonio di Mario Bava, Il mulino delle donne di pietra di Ferroni, L'amante del vampiro di Renato Polselli, L'ultima preda del vampiro di Pietro Regnoli, Seddok, l'erede di Satana di Anton Giulio Majano.
Le pulsioni sessuali, gli accenni sempre più espliciti a tematiche di un erotismo perverso e deviato, apriranno la strada all'horror del decennio successivo che con Argento, Fulci, Alberto De Martino, Luigi Cozzi e Joe D'Amato non sembrerà avere più limiti.
Il genere si divide presto in 2 filoni: da una parte c'è chi intende rimanere nelle atmosfere classiche, ricorrendo a immagini molto accurate, ad ambientazioni in castelli goticheggianti isolati in paesaggi inghiottiti dalle nebbie, e chi sposta invece l'attenzione verso realtà italiane, cercando di ideare atmosfere morbose legate piuttosto alle psicopatologie del presente.
I temi del primo horror all'italiana mescoleranno il desiderio dell'immortalità con la sete del sangue, il mito dell'eterna bellezza con la passione ed una sessualità sfrenata, spesso unita a sindromi di onnipotenza che puntano a realizzare le più oscure pulsioni.
Il primo film gotico italiano si può considerare I Vampiri ( Freda 1957), girato in dodici giorni nei teatri di posa di Cinecittà; è una storia di pseudovampirismo: una vecchia nobildonna ha scoperto l'elisir della giovinezza nel sangue di ragazze che rapisce e poi sgozza. Freda è convinto che l'orrore ed il terrore vadano individuate nelle nostre dimensioni quotidiane. Con L'orribile segreto del dr Hichcoch (1962) e Lo spettro (1963), Freda vuole trasgredire tutte le regole, spingere le rappresentazioni della mostruosità, della violenza, dell'odio o di temi come la necrofilia, fino a punti quasi insostenibili.
Mario Bava , invece, più interessato al fantastico, tempera le atmosfere di paura cercando di spruzzare ironia all'interno dei suoi film, anche se alcune delle sequenze de la maschera del demonio hanno una valenza macabra del tutto inedita per lo schermo italiano. Lorenzo Cordelli, nel suo rapporto annuale per Film Guide del 1988, inserisce I tre volti della paura di Bava tra i 10 miglior titoli realizzati tra il 1963 e il 1968.
Nel 1962 La ragazza che sapeva troppo , ambientato in una Roma inedita, da incubo, con un delitto commesso di notte nel luogo turistico più celebrato in quegli anni, La scalata di Trinità dei Monti, aprendo, senza saperlo, al successivo cinema di Argento.
Bava ha la capacità di far muovere la macchina da presa con movimenti complessi, che compongono veri e propri piani sequenza ed hanno il potere di trascinare lo spettatore nella storia e di facilitare l'accesso alla dimensione del fantastico.
Nel 1970 esordirà Dario Argento, con L'uccello dalle piume di cristallo , senza riscuotere particolare successo. La donna per lui sarà l'oggetto del desiderio, la protagonista, la vittima per eccellenza. Argento concepirà i suoi film come perfette macchine narrative in cui lo spettatore è coinvolto fin dalle prime immagini e chiamato ad assumere, assieme al punto di vista della macchina da presa, anche quello dell'assassino, a entrare nel suo corpo, a sintonizzarsi con il su respiro affannoso mentre pedina sempre più da vicino le sue vittime.
I suoi film (da Quattro mosche di velluto grigio ,1971, a Profondo rosso ,1975), anticipano quel cinema d'azione che porterà un'intera generazione di registi americani, da Brian De Palma a David Cronenberg, a imporsi con immagini forti e violente sugli schermi di tutto il mondo. Dalla fine delgi anni 70 ( Suspiria ,1976, Inferno ,1980, Tenebre ,1982), indagherà i mondi della magia nera, della parapsicologia, esplorerà i fenomeni extrasensoriali, muovendosi in quelle zone di confine tra la vita e la morte. Poi, dagli anni 90, sembrerà voler tornare a racconti più classici, con La sindrome di Stendhal (1995) e Il fantasma dell'opera (1999).
Grazie a lui il genere sembra ricevere una sorta di fleboclisi: la violenza e il sangue crescono in progressione geometrica, non sembrano più esserci limiti alla rappresentazione dell'orrore e delle paure, che trovano sempre di più il loro luogo di massima manifestazione in famiglia, nei pressi del focolare domestico. La donna in genere è vittima, ma anche soggetto abitato da pulsioni inconfessabili e forze demoniache e mostruose. Nulla viene più nascosto alla vista dello spettatore inerme: ninfomania, incesti, pedofilia, stupri, orge sadomasochiste, ecc.
Si moltiplicano i trucchi, gli effetti speciali, l'horror si mescola e si confonde con il thriller e varca in più occasioni la soglia del porno, ma poco alla volta quel tipo di produzione interessa di meno un pubblico che volge lo sguardo agli effetti speciali del cinema americano. Ad ogni modo, Hannibal the Cannibal ha non poche parentele con i serial killer che animano l'orrore italiano degli anno 70.Dopo questi anni avviene un travaso di energie dal cinema italiano a quello americano, anche nel campo dell'horror, del thriller e dello splatter. Registi come Brian De Palma o Quentin Tarantino non lesineranno le lodi nei confronti di questo cinema e in più occasioni dichiareranno di essersi ispirati ai film di Bava o Freda.
Assiem alla commedia, il genere popolare che ha riscosso maggiore interesse critico all'estero negli ultimi anni è stato il WESTERN.
La personalità più carismatica e più capace di portare autentiche modifiche strutturali al genere è SERGIO LEONE . Assieme a lui vanno tenuti presenti Duccio Tessari e Sergio Corrucci, che contribuiscono a declinare il genere sul versante dell'ironia, o a esasperarne le caratteristiche in direzione della violenza e a suggerirne tutte le possibili strade negli anni successivi che porteranno alla realizzazione di quasi 500 titoli in poco più di un decennio.
Saranno proprio i western ad aprire un nuovo importante capitolo delle coproduzioni tra Italia e Spagna, a consentire al cinema italiano la conquista dei mercati sudamericani. L'ambientazione prevalente sarà immaginata in zone ai confini del Messico: così fioriranno set anche molto importanti nel sud della Spagna, Madrid, Granada o in alcuni casi in Sardegna nei pressi di Oristano.
Farà da traino a questo genere Per un pugno di dollari (1964), firmato da Sergio Leone ed interpretato da Clint Eastwood: si rivelerà uno dei maggiori successi internazionali del cinema italiano di tutti i tempi. Leone è affascinato dalla persistenza e potenza dei miti e dalla loro perfetta permeabilità in qualsiasi tipo di racconto. In realtà a lui in un primo tempo interessa scomporre il mito dell'eroe e della sua impresa per lasciar spazio al suo piacere di raccontare e smontare e rimontare un meccanismo narrativo. Poi, film dopo film, andrà alla ricerca delle motivazioni profonde dei suoi protagonisti, creerà personaggi che saranno sempre più mossi da forti motivazioni ideali, che si riveleranno capaci di immaginare e fondare città o inseguire sogni di modificazione del mondo o di mantenere ben saldi i legami di amicizia. L'eroe dei primi western parla a monosillabi, comunica soprattutto con la pistola, agisce come una figura angelica che ristabilisce un differente equilibrio con il suo passaggio in una situazione dominata dalla violenza e dalla legge del più forte.
Grazie al successo imprevisto di Per un pugno di dollari e di Per qualche dollaro in più , cui seguirà Il buono, il brutto, il cattivo , Leone decide di andare a sfidare il cinema americano sul suo stesso terreno e realizza i suoi film più ambiziosi : C'era una volta il West e C'era una volta in America , che è una sorta di summa delle sue concezioni e visione di vita. Il fatto che attori come Henry Fonda, che hanno contribuito ad elevare il genere ai livelli più alti, accettino di recitare per lui, fa del suo cinema una delle ultime importanti avventure di coproduzione internazionale, negli anni in cui i registi italiani godono ancora di significativi crediti presso i produttori americani.
Nella costruzione complessiva di queste storie, i protagonisti non si muovono più per andare a sfidare la morte al culmine di tutto il loro percorso; la morte li accompagna piuttosto in ogni momento. In Keoma ( Enzo G. Castellari, 1976), la morte viene impersonata da una vecchia cenciosa che nei tratti del volto mostra un senso di totale spossatezza e male di vivere. Nel corso dei film western le prove saranno molte e non sempre a superarle varrà la virtus e l'abilità. In molti casi il protagonista non troverà in sé le ragioni del vivere.
Il western italiano fa un uso improprio dei luoghi di culto, delle bare, dei cimiteri, dei morti: le chiese sono profanate, le bare racchiudono denaro, oro, armi,munizioni, possono servire da casa o da nascondiglio, di rado contengono cadaveri; i cimiteri nascondono tesori o diventano ideali teatri per un duello. Emerge l'intenzione di servirsi di storie di pistoleri solitari, che sempre più sembrano farsi portatori di ragioni sociali, della protesta e della ribellione dei contadini messicani, o per raccontare il sogno di una rivoluzione impossibile al presente; per qualche tempo il western sembra porsi sullo stesso piano del film politico.
Anche la musica nei film western è importante. Il musicista Morricone, forse, nel sodalizio con Leone, per il quale la musica è fondamentale rispetto al dialogo, raggiunge i risultati più alti, rendendola protagonista, dialogo dei personaggi, linguaggio caratterizzante. I suoni, che prendono il posto delle parole e anticipano l'azione, divengono motivi guida, ridisegnano tutto lo spazio sonoro del western, cancellandone tutti gli usi convenzionali delle ballate popolari: il fischio, la frusta, il suono delle campane, si mescolano al violino, alle note di un'armonica, creando ritmi che servono a dilatare il tempo, a osservare la scomposizione dell'azione moltiplicando i centri d'attenzione fino ai minimi dettagli, ma soprattutto entrando nel profondo dei personaggi fino a marcarne i ritmi vitali.
Si cercherà anche di battere strade incruente in cui gli eroi si faranno giustizia a suon di schiaffi e pugni: così Bud Spencer e Terence Hill inaugureranno la serie Lo chiamavano Trinità , riuscendo ad attirare il pubblico giovanile con scazzottate, sberle e calci.
Negli anni in cui i registi che più hanno creduto nella forza del film politico s'arrestano di colpo di fronte al terrorismo, agli attentati, agli omicidi compiuti dalle Brigate Rosse contro giudici, sindacalisti e rappresentanti delle istituzioni, nasce un filone popolare che prende come modelli film(es. Il giustiziere della notte , Michael Winner,1974) che raccontano la disgregazione del tessuto urbano, il dilagare della droga e della delinquenza, l'excalation della violenza criminale, la nascita di nuovi poteri paralleli che controllano i territori dalla Sicilia a Milano. In questi film prevale l'azione e quella violenza che il western o l'horror avevano creato in dimensioni fantastiche è raccontata come possibile e vicina per chiunque.
In ogni caso questi film raccontano una società che, anno dopo anno, forse grazie al benessere e all'industrializzazione, vede crescere all'interno zone in cui gli individui regrediscono, in cui nessuna legge statale è più efficace. Alcuni registi, come Fernando di Leo, autore nel 1968 d'un forte e scandaloso film sulla crisi del matrimonio( Brucia ragazzo,brucia) , girano opere in cui la violenza è rappresentata in tutte le sue forme( I ragazzi del massacro ,1969, Il poliziotto è marcio ,1973, La città sconvolta:caccia spietata ai rapitori ,1975), opere che, a qualche anno di distanza,autori come Tarantino riconosceranno come fondamentali per la loro formazione. Altri, come Stelvio Massi, raccontano storie con protagonisti poliziotti che non hanno comportamenti dissimili da quelli dei delinquenti a cui danno la caccia( La legge violenta della squadra anticrimine ,1976, Poliziotto,solitudine e rabbia ,1980).
Fra tutti i film a basso costo, IL FILONE EROTICO, è quello che garantisce sicuri profitti perché va alla conquista d'un pubblico potenziale tutto da conquistare di fronte a minimi rischi calcolati di censura o limitazione della visione. Il corpo femminile diventa un paesaggio da esplorare, come se fosse un continente sconosciuto.
Il genere è inaugurato da Alessandro Blasetti con gli spogliarelli di Europa di notte (1959), per poi essere sviluppato da una serie di film inchiesta sugli spettacoli notturni in tutte le capitali del mondo.
Dai primi anni 70, grazie soprattutto al successo del Decameron di Pisolini, il film erotico cerca delle forme di nobilitazione culturale attraverso una ricca esibizione di costumi ed il ricorso a testi letterari prestigiosi.
A breve distanza Saperi, con Malizia , attaccava l'istituzione familiare alto-borghese; con Grazie zia crea il prototipo dei film soft-erotici che esplorano i vizi di famiglia e il problema dell'iniziazione sessuale di un adolescente. Casa e famiglia diventano i luoghi dell'orrore, i contenitori di tutte le perversioni e psicopatologie sessuali contemplate nei manuali. |
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Padri, figli e nipoti |
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L'ultimo periodo in cui si può tentare una foto della famiglia cinematografica italiana è quello che va dagli anni 60 alla metà dei 70: il gruppo vede riuniti registi di almeno 4 generazioni.
In Rocco e i suoi fratelli (1960), tragedia in 5 atti sullo sradicamento e perdita di identità VISCONTI descrive il gigantesco fenomeno dell'emigrazione dal Sud al Nord, raccontando la storia di una famiglia meridionale, guidata da una figura materna che funge sia da madre che da padre e composta da 5 figli, che sfida il destino abbandonando la propria terra per cercare fortuna nelle fabbriche milanesi.
Di questo film si ammira l'equilibrio tra le parti, la commistione di elementi naturalistici e simbolici nella rappresentazione e recitazione, la capacità di dirigere gli interpreti mantenendo gesti e discorsi sempre al di sopra delle righe, la maestria nel far sentire la storia presente e futura dei personaggi già scritta nei loro volti e negli ambienti in cui si muovono; ma tutta la sua opera appare come un insieme dotato di un'eccezionale coerenza e coesione interna, anche quando i soggetti passano dal mondo popolare a quello aristocratico. Nel 63 Visconti passa al Gattopardo in cui regista, produzione, attori e maestranze danno una prova di potenza spettacolare, di stile e di capacità narrativa tra le più rappresentative della storia del cinema italiano.
In Visconti l'immagine arricchisce i poteri della parola: per lui alcuni testi letterari sono mondi perfetti da cui la versione cinematografica potrà estrarre suoni, sensazioni tattili, emozioni visive, rumori, profumi, per riuscire a ricreare, attraverso tutti questi elementi, il profumo di un'epoca.
Nei film Vaghe stelle dell' Orsa(1965), Lo straniero(1967), La caduta degli dei(1969), Morte a Venezia(1971), Ludwig(1973), Gruppo di famiglia in un interno(1974), L'innocente(1976), visconti insegue un ideale di rigore formale e la capacità di orchestrazione di temi della grande storia.
Rosi ha assimilato molto dal cinema di Visconti, ma subito ha cercato una propria strada e ha guardato con attenzione ai generi americani e al cinema popolare. Egli riesce a tradurre nei suoi film quel senso di precarietà dell'esistere individuale, il valore simbolico dei gesti, degli sguardi, dei silenzi, i sistemi di relazioni tra individui e paesaggio. Come aveva appreso da Visconti, Rosi cerca di far sentire, in tutta la sua forza, la presenza del mito nei gesti quotidiani,ma anche nella favola se teniamo presente C'era una volta (1967). Mito e storia gli parlano attraverso i testi letterari di Carlo Levi( Cristo si è fermato a Eboli ) o di Primo Levi( La tregua ) ed essere rivisitati soprattutto per il messaggio che ancora comunicano di vitalità e voglia di lottare per affermare la dignità del vivere.
Da una costola di Visconti dipende Franco Zeffirelli , che come lui sviluppa una duplice carriera di regista lirico e cinematografico di successo, cercando di portare sullo schermo classici del teatro shakesperiano o melodrammi, o trascrizioni di opere letterarie, con messe in scena sontuose, accurate, interpreti di ottimo livello e uno sguardo al pubblico internazionale, ottimizzando tutti gli elementi scenografici, di costumi, illuminazione, costruzione visiva della scena( i film che lo consacrano regista cinematografico di statura internazionale sono una Bisbetica domata , con Richard Burton e Liz Taylor,1967, e un Romeo e Giulietta , 1968. Il suo film più riuscito è uUn thè con Mussolini (1999), in cui ricostruisce un momento della propria vita nella Firenze degli anni 30 riuscendo a trovare l'esatta misura tra la cura della ricostruzione, il coinvolgimento affettivo, il senso dell'ironia e il piacere di dirigere delle signore della scena teatrale e cinematografica.
Erede della lezione viscontiana è anche Mauro Bolognini . I suoi film si fanno ammirare per la qualità e varietà delle soluzioni figurative, la direzione degli attori, il dominio di tutti i mezzi e la capacità di raccontare la storia dell'Italia unita attraverso eroi di diversa estrazione sociale, ora aristocratica, ora piccolo-borghese, ora proletaria: Il bell' Antonio e La viaccia (1960), Senilità (1961), Agostino (1962), Metello (1969), Libera,amore mio! (1975).
Bolognini ha sempre assunto nei confronti dei testi letterari un atteggiamento umile, distaccato e spesso di servizio.
In lui c'è sempre stato uno spostamento di sguardo dalle classi dominanti a quelle emergenti che andavano cannibalizzando la società, oppure lottavano per uscire dall'anonimato in cui la storia li aveva oppressi per secoli. Soprattutto lo hanno affascinato le donne che, con coraggio, iniziavano la loro ascesa sociale, spesso andando contro la storia, spesso risultandone travolte ma sempre riuscendo ad affermare qualcosa in più rispetto agli uomini.
VITTORIO DE SICA forma il gruppo dei padri nobili della commedia. Dopo anni di frenetico attivismo attoriale e di alterni esiti registici, ritrova il paiacere e la forza di raccontare, prima con La ciociara (1960), poi con una serie di film ed episodi fatti su misura per Sophia Loren, La riffa (1962), Ieri, oggi e domani (1963), Matrimonio all'italiana (1964). Nel 1961 gira Il giudizio universale, che sembra riprendere, con maggiore cinismo, cattiveria e disincanto lo spirito di Miracolo a Milano. I film in cui dirige Sophia Loren, da sola o in coppia con Mastroianni, esaltano di nuovo le sue doti registiche, la facilità con cui pone la macchina da presa al sevizio dell'azione e degli attori, senza mai far sentire la propria presenza, il piacere di raccontare facendo muovere gli attori nello spazio, comprimendone o liberandone la potenza drammatica e l'energia fisica e la carica sessuale.
Grazie a De Sica, esordisce nel 1969 Pasquale Squitieri con Io e Dio , un forte film di denuncia civile, cui seguiranno 2 western firmati William Redford. Squitieri afferma la sua personalità d'autore con Camorra (1972), in cui mostra qualità di regista d'azione, capace di disegnare con sicurezza l'habitat in cui fiorisce la delinquenza organizzata del Sud, descrivendo, come Rosi, la degenerazione del tessuto sociale e politico. Squitieri è riuscito a divulgare la lezione di Visconti e Rosi, cercando di ideare un tipo di spettacolo rivolto soprattutto al pubblico popolare.
Luigi Zampa realizza opere di successo popolare graffianti e con memorabili interpretazioni di Alberto Sordi, come il Vigile (1960), Il medico della mutua (1968), La contestazione generale (1970). Non rinuncia allo spettacolo, possiede un gusto dell'umorismo che tende al grottesco e una visione dell' Italia che non sembra lasciare speranze, puntando quindi alla realizzazione di commedie <<morali>> che colgano e denuncino privileg, arretratezza e senso della perdita dei valori, degrado umano e ambientale, opportunismi, qualunquismo e assurdità burocratiche e legislative.
Germi è l'autore del mitico Divorzio all'italiana (1961), premiato con l'oscar. Egli nei suoi film racconta i vizi e peccati della carne nella provincia trevigiana, tollerati e assolti dalle istituzioni ecclesiastiche, Signore e signori (1965), cogliendo il sottosviluppo al Sud e nel profondo Nord, la persistenza di comportamenti primitivi, l'uso disinvolto della morale religiosa, contribuendo a fissare rapidamente degli stereotipi regionali destinati a durare a lungo. L'ultima fase Serafino(1968), Le castagne sono buone(1970), Alfredo,Alfredo(1973), Amici miei(1975), il suo spirito beffardo, ma sempre più melanconico, si mescola al vagheggiamento di uno stato di natura incontaminata, ad un ritorno allo stato del << buon selvaggio>>.
Pietrangeli negli anni 60 realizza una serie di opere che gli consentono di mettere a fuoco temi legati alla lotta della donna per l'emancipazione e l'acquisizione d'un ruolo diverso della società. Adua e le compagne (1960), Fantasmi a Roma (1961), La parmigiana (1963), La Visita e Il magnifico cornuto (1964), Io la conoscevo bene (1965) e Come,quando e perché (1969), consentono di apprezzarne la capacità di costruire i personaggi femminili e osservarli nello sforzo per adeguarsi alle nuove realtà sociali ed economiche di tutti i personaggi, quello che è rimasto come un'icona degli anni 60 è l'Adriana interpretata da Stefania Sandrelli in Io la conoscevo bene , spinta, di gradino in gradino, verso un gesto tragico e disperato perché nessuna delle persone con cui viene a contatto decide di aiutarla e non di considerarla solo come un oggetto sessuale da abbandonare dopo l'uso.
Negli anni 60, Alberto Lattuada realizza 11 film, passando dall'analisi dei primi turbamenti sessuali dell'adolescenza alla trascrizione di opere letterarie contemporanee. Un cinema che mantiene forti legami con la letteratura europea e italiana( Lettere di una novizia ,da Guido Piovene, La steppa, La tempesta, La mandragola , dalla commedia di Nicolò Macchiavelli),con la storia, e che rimane attento ai mutamenti di costume, ai turbamenti adolescenziali,alla scoperta della sessualità( I dolci inganni ). |
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La famiglia Rosselliniana |
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Tra i maestri del dopoguerra, ROSSELLINI è il meno assimilabile agli autori della sua generazione: è il più capace di conservare la curiosità e il piacere del rischio e della novità dell'esordiente, quello che accentua il gusto per la sperimentazione, quello più portato in apparenza ai compromessi e spinto da un'inquietudine interiore che lo porta a rimettersi di continuo in gioco. Abbandona a poco a poco le storie per il cinema per esplorare, con la televisione, le possibilità di costruire modi nuovi per rappresentare la storia, nuove forme di racconto per immagini.
Da un certo momento in poi Rossellini avverte una sorta di nuova vocazione, , deve liberarsi da tutti i suoi saperi anteriori per affrontare da zero una nuova avventura. Rimane, fra tutti i registi della sua generazione il più inquieto, il più desideroso di cominciare da capo, di esplorare nuove possibilità narrative e comunicative, anche quando i film sono realizzati su commissione.
Dopo Era una notte (1961), che respira la nuova atmosfera della distensione nazionale e internazionale, gira Viva l'Italia (1961), film su commissione per il centenario dell' Unità , per poi concentrarsi sul lungo viaggio della storia dell'umanità con Gli atti degli apostoli (1969), Socrate (1970), Pascal (1971), Cartesius (1974)… prima di tornare al cinema con una spenta rievocazione della nascita della Repubblica, Anno nuovo(1974). Rossellini attua dagli anni 70 un passaggio di campo che segna l'inizio d'una nuova era per gli autori del cinema italiano, riconfermando il suo ruolo di padre spirituale.
Ermanno Olmi , rosselliniano, esordisce con Il tempo si è fermato (1960): è un autodidatta che ha appreso da Rossellini la lezione dello sguardo sul mondo. Di suo ci mette una maggiore affettività, la capacità di avvicinarsi ai suoi personaggi per esplorarne e coglierne la storia decifrandone i segni dal volto. Olmi, infatti, osserva gesti e volti dei suoi protagonisti quasi con una lente di ingrandimento, facendoci sentire il senso della perdita, dello sradicamento, della difficoltà di adattamento a nuove regole. L'albero degli zoccoli (1978) è l'opera in cui memoria autobiografica e collettiva e storia profonda, contribuiscono alla realizzazione del più ispirato monumento alla civiltà contadina del cinema del dopoguerra. Se da una parte, grazie alla Palma d'oro al Festival di Cannes, il film diventa uno dei maggiori successi internazionali del cinema italiano di tutti i tempi, dall'altra è oggetto di violenta stroncature, soprattutto nell'ambito di una critica di sinistra che non accetta la morale sottomessa e passiva del proprio destino che emerge dal racconto.
Anche Vittorio De Seta è stato documentarista negli anni 50 prima di esordire con Banditi a Orgosolo (1961), un'opera degna di entrare nel Pantheon del documentarismo cinematografico. Il racconto è tutto visivo, i protagonisti sono seguiti nei gesti e comportamenti che seguono leggi secolari e non si adeguano alle leggi dello stato italiano. Questi pastori, che riprendono i riti e i modi di un'economia millenaria, dalla civiltà moderna hanno saputo prendere solo il fucile.
Dopo una lunga attività documentaristica, fratelli Paolo e Vittorio Taviani esordiscono con Valentino Orsini in un Uomo da bruciare (1962), ricostruzione della biografia del sindacalista siciliano Salvatore Carnevale. I sovversivi (1967), Sotto il segno dello scorpione (1969 ), San Michele aveva un gallo (1971), Allonsanfàn (1974), Padre padrone (1977),vincitore a Cannes in una giuria presieduta da Rossellini, mostrano insieme la tensione stilistica e la fede nell'utopia, nel sogno di un cambiamento e nell'avvento di nuove età di maggior eguaglianza sociale. Il loro cinema raccoglie molte suggestioni cinematografiche ma anche culturali, che vanno dalla psicanalisi all'astrattismo, dalla filosofia esistenzialista all'adozione della pluralità di stili, all'uso dell'ironia come mezzo di straniamento. La struttura di Padre padrone è concepita come una specie di percorso a tappe che porta alla liberazione dell'individuo da uno stato di semischiavitù in una società patriarcale attraverso l'apprendimento del linguaggio. Negli anni 80 e 90 realizzano i loro capolavori: La notte di San Lorenzo (1982), Kaos (1984) Good morning Babilonia (1986), Fiorile (1992), Le affinità elettive (1996), Tu ridi (1998), fino alla trascrizione televisiva di Anna Karenina (2000). Nei loro film ritorna il motivo della missione da compiere, della fedeltà a un'idea, della disciplina, dell'utopia, dei modi per liberarsi degli ingombranti fardelli terreni e praticare l'ascesi. Anche se sembrano accogliere il senso di religiosità terrena, non si precludono la percezione dei piaceri che ogni momento la vita può offrire.
Valentino Orsini dopo aver codiretto i primi film dei Taviani stabilendo una sorta di eccezionale rapporto trinitario, firma nell'anno della contestazione I dannati della terra , sulla crisi di un intellettuale di fronte ai problemi del Terzo Mondo. Egli crede fermamente che il cinema possa contribuire a modificare la realtà. L'ultima sua opera Figlio mio, infinitamente caro… (1984), è molto significativa. Si esplorano i drammi che producono la disgregazione della famiglia ed in particolare la droga.
Giuseppe Ferrara è uno dei registi che ha sviluppato con più coerenza un tipo di cinema che sembra di muoversi lungo la storia italiana del dopoguerra e una serie di misteri in cui vi siano tutt'ora intrecci non spiegati tra organizzazioni mafiose, forze oscure della religione, politica italiana ed internazionale. Esordisce con Il sasso in bocca (1970), prima di una serie di opere in cui raccoglie documenti su eventi e figure che hanno segnato la storia nazionale, ora li ricrea e reinterpreta in maniera coraggiosa, senza paura di spingere lo sguardo ai massimi livelli politici, giudiziari, diplomatici e religiosi. Tra i suoi film più importanti: Faccia di spia (1975), Cento giorni a Palermo (1983), Il caso Moro (1986), Il caso Calvi (2001).
Liliana Cavani , diplomata al Centro Sperimentale, dopo aver realizzato importanti documentari, esordisce nel lungometraggio affrontando la figura di Francesco d'Assisi in una chiave nuova, facendone un protocontestatore, un po' depresso, e un lucido e folle sostenitore d'una “ fratellanza armata” . Nella sua filmografia successiva affronterà storie in cui la follia è protagonista( Oltre la porta, Al di là del bene e del male ). Il film più forte e più influenzato da Visconti è Il portiere di notte , storia di violenza sadomasochista, in cui la memoria del nazismo è raccontata mescolando attrazione e repulsione con una fisicità del tutto inedita nel suo modo di fare cinema. Da ricordare il successo internazionale di Interno berlinese (1985).
Ha meno ambizioni e preoccupazioni culturali della Cavani Lina Wertmuller , ma un più libero e gioioso senso dello spettacolo, una capacità di dominare gli stili e passare dalla commedia al dramma con la medesima energia e carica passionale. Lascia una traccia importante di sé nel cinema degli anni 70, soprattutto grazie ad una serie di film interpretati da Giannini: Mimì metallurgico ferito nell'onore (1972), Film d'amore ed anarchia (1973), Travolti da un insolito destino in un azzurro mare d'agosto (1974), Pasqualino Settebellezze (1975). Da ricordare infine, per la misurata interpretazione di Paolo Villaggio, Io speriamo che me la cavo (1992).
Damiano Damiani è un perfetto esempio di regista medio, capace di realizzare le sue opere di successo e attento al pubblico a cui intende rivolgersi, un autore dotato di spiccata capacità di raccontare in forma drammatica e spettacolare momenti ed episodi significativi della realtà sociopolitica italiana. Tra gli anni 60 e 70 gira in media un film all'anno, mentre, nel ventennio successivo, alterna opere per il cinema a film per la televisione, tra cui il primo capitolo della fortunata saga della Piovra (1983), che costituisce un modello di prodotto televisivo da esportazione. E' un regista dotato di linguaggio asciutto, che si mette al servizio della storia; sembra privilegiare l'azione drammatica, la denuncia della corruzione e del male nelle istituzioni politiche e civili.
Tra i suoi film oggi meritano un'attenta considerazione La rimpatriata (1962), La moglie più bella (1969), film d'esordio di Ornella Muti, Girolimoni (1972), Un genio,due compari,un pollo (1975).
Assai meno prolifica la carriera di Franco brusati . Una vera fortuna in Italia ed in tutto il mondo avrà il suo film Pane e cioccolata , grottesca, surreale e kafkiana ballata sulle forme di razzismo della “civile” Svizzera e sull'utopia di un povero immigrato italiano al quale viene negata la possibilità non tanto di appartenere quanto di vivere in un luogo.
Se anche non fosse divenuto il più colto rappresentante del cinema erotico italiano degli anni 70, Tinto Brass andrebbe ricordato per i primi film: Chi lavora è perduto (1963) sul tema dell'alienazione, Il disco volante (1964), Col cuore in gola (1967), L'urlo (1968), Nerosubianco (1968), La vacanza (1971). In seguito fa emergere la sua vena di narratore erotico, realizza La chiave (1982), che inaugura la lunga stagione di prodotti che si situano al confine con la pornografia e celebrano, nello stesso tempo, la bellezza del corpo femminile e i piaceri voyeuristici( Miranda ,1985, Capriccio ,1987, Paprika ,1990, Monella ,1998).
Gli anni 60 rappresentano per FELLINI la stagione della massima espansione creativa. Fellini entra nelle sue opere, non muove i suoi personaggi dall'esterno come Visconti: in ogni film sembra che una parte stessa delle sue energie vitali si travasi sullo schermo. Fellini ama sempre più perdersi nel labirinto dei sogni, ricordi che si accendono nella sua immaginazione e si collegano in modo imprevedibile, casuale, rifiutando qualsiasi facile decodificazione.
Con Otto e ½ Fellini assume in servizio permanente del proprio immaginario i fantasmi dell'inconscio. Varcato l'orizzonte del reale, tutto un mondo immaginario è convocato in scena insieme per essere sistemato in un affresco grandioso, che rompe tutti gli argini dei modelli codificati di racconto, lasciandoli di colpo alla deriva, dietro di sé. Non c'è più racconto, le immagini fluiscono in modo tumultuoso, si accavallano, costruiscono il loro senso per accumulazione mantenendo tutta la loro ambiguità e il loro senso misterico. In La dolce vita la parola è un elemento aggiunto e la decodificazione dei significati viene lasciata alla libertà più completa della spettatore. Fellini non ha più, se mai li aveva avuti, messaggi chiari da trasmettere, né visioni del mondo precise, né indica con le sue opere strade da percorrere o obiettivi politici o morali da raggiungere, anche se una luce di speranza accende molte delle scene finali dei suoi film. Il film ad opera della critica e dei pubblici internazionali è colto come un'opera innovatrice( tanto da ricevere il massimo riconoscimento, tra molte polemiche, al Festival di Mosca) e colloca Fellini nell' Empireo dei massimi registi visionari, con Welles, Bunuel, Kurosawa, Bergam. Lo sdoppiamento di personalità viene ripreso in Giulietta degli spiriti (1965), in cui grazie al colore Fellini libera una quantità ulteriore di istinti visionari e figure provenienti dal proprio inconscio e dall'immaginazione collettiva. L'assunzione di un punto di vista femminile e la suggestione sempre più forte per il mondo dell'irrazionale e della parapsicologia non vengono certo accettate in modo pacifico dalla critica che continua ad assegnargli voti negativi. La sensazione è che Fellini sia tenuto in ostaggio dai suoi fantasmi e dai ricordi del suo mondo infantile e che questo ne limiti la sua ulteriore crescita registica.
Satyricon (1969), I clowns (1970), Roma (1971), Amarcord (1973) costituiscono un blocco di invenzione figurativa e narrativa che riunisce e celebra forme e figure nuove dell'immaginario felliniano. E' lo stesso Fellini, che , in particolare con Casanova,(1976), comincia a vedersi come un ragioniere, un contabile, un playboy di provincia, che crede di aver vissuto, ma non è nemmeno nato, che ha girato il mondo senza mai esistere, che ha attraversato la vita come un fantasma errante.
Rispetto al gruppo neorealista, ANTONIONI è stato l'esploratore di nuove dimensioni narrative e rappresentative, l'autore che si è buttato con più coraggio verso terreni sconosciuti e ha modificato le coordinate spaziali, i rapporti tra le figure e lo spazio, la percezione dei vuoti e dei pieni come rappresentazione del dramma dei personaggi; l'intera storia della cultura italiana del dopoguerra ne è risultata modificata ed arricchita.
Da L'Avventura in poi ha cercato di sostituire agli spazi reali topologie che aiutassero a misurare le distanze interiori. Anche la comunicazione diventa sempre più precaria, perché si perdono le ragioni del comunicare, il senso delle parole, il valore dei sentimenti, la percezione delle cose: << Ci sono giorni in cui non ho niente da dirti >>, afferma Lea Massari in una delle prime scene de L'Avventura : questa condizione è destinata a cronicizzarsi. Il suo cinema diventa il rappresentante d'una condizione umana di progressivo sradicamento dell'individuo dall'ambiente e di perdita del sé che viene definita alienazione. Il passaggio al colore dilata le possibilità formali ed espressive di Antonioni. Ora le figure sembrano dissolversi nel paesaggio, diventare macchie di colore. Una volta giunto a dissolvere il soggetto all'interno della realtà, ha sentito il bisogno di verificare la sua poetica su scala più vasta andando in Inghilterra, Stati Uniti e Spagna, a girare Blow-up (1966) e Professione:reporter (1975) alla ricerca d'un luogo ideale in cui l'individuo possa ricomporre l'identità frantumata e sottrattagli dalla società.
Antoniano è anche lo stile d'esordio di Elio Petri ( L'assassino , 1961, I giorni contati ,1962). Il primo è il suo film d'esordio ed ha un cast di collaboratori di grandissimo livello, come Mastroianni. Un film poliziesco con una struttura con frequenti flash-back e un lavoro accurato sull'immagine come mezzo per accostare le psicologie.
Dal 1967 inizia la collaborazione con Ugo Pirro che lo condurrà a realizzare la trilogia più significativa della sua carriera: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), La classe operaia va in Paradiso (1971 ), La proprietà non è più un furto (1973). La classe operaia viene attaccato dalla critica: un'operazione, quella del film politico, che in quegli anni inquieti sembrava troppo riformista e compromessa con il potere. L'ultimo film di Petri, Todo modo ( girato alla vigilia delle elezioni del 1975), anticipa in modo profetico la vicenda del rapimento e uccisione di Aldo Moro, interpretandola come un fenomeno di autocannibalismo per esorcizzare la crisi da parte della democrazia cristiana.
Valerio Zurlini col suo secondo film La ragazza con la valigia riesce a fissare le caratteristiche del suo mondo poetico e figurativo: ama tratteggiare, e cogliere i sentimenti allo stato nascente, le tinte sfumate, le atmosfere soffuse, l'introspezione e la forma del racconto che punta alla perfezione per riduzione e sottrazione di elementi dal contesto storico e spaziale; è uno dei più significativi registi di paesaggi. Nel suo capolavoro Il deserto dei tartari raggiunge il livello più alto della sua ricerca compositiva e del suo senso di narrazione fatto di vuoti, più che di pieni.
PIER PAOLO PASOLINI è stato l'uomo capace di trasformare in materia aurea i materiali pittorici, narrativi e cinematografici a cui ha messo mano, facendo anche della sua vita e della sua morte un'opera d'arte.
Sia in Accattone(1961) che in Mamma Roma(1962), P. scopre l'immagine, le sue cordinate, tentando un percorso figurativo capace di creare perfetti equivalenti con la pittura di Piero della Francesca, Masaccio e Masolino.
Da un certo momento la parola non riesce più a dargli lo stesso senso di contatto completo con l'oggetto rispetto alla potenza folgorante dell'immagine capace d'esprimere , nel primo piano di un volto, la realtà materiale di un'idea, l'incarnarsi e il manifestarsi del mito: egli crede nella traducibilità totale delle parole in immagini.
Il cinema gli consente di realizzare e di esaltare la sua naturale vocazione alla contaminazione delle forme e degli stili, giungendo, nell'episodio di La ricotta(1963), a un gioco di dissonanze e contrappunti cromatici e sonori, sacralità e desacralizzazione, che segna uno dei momenti più alti dell'invenzione figurativa del dopoguerra.
Tutto il suo viaggio successivo avviene nel segno dei classici, con Dante e i Vangeli come guida costante( Il Vangelo secondo Matteo ,1964, Uccellacci e uccellini (1966).
Nell'ultima fase della vita assume una specie di ruolo di Nostradamus. Con l'emergere progressivo del bisogno di parlare di sé, la tragedia e la novella medievale sono i successivi sistemi d'orientamento capaci di interpretare il presente in chiave allegorica ( Edipo Re ,1967, Teorema 1968, Medea 1969, Decameron 1970, I racconti di Canterbury e Il fiore delle mille e una notte 1972, Salò o Le 120 giornate di Sodomia, 1975). P. sa che, entrando in prima persona nel mito, ne sta profanando lo spazio sacro, ma riesce ad aggirare il problema inserendo continui elementi d'ironia, che gli danno l'impressione di salvarsi e di peccare di meno.
Aiuto regista di Pisolini, Bernardo Bertolucci , con il suo primo vero film d'autore Prima della rivoluzione (1964) va alla contemporanea ricerca del sé e del padre.
E' con Bertolucci che si crea il primo vero laboratorio di studio della luce e del suo ruolo nel racconto.
Ultimo tango a Parigi (1972) è un'opera che attira subito l'attenzione della censura e viene condannata al rogo in Italia per il carattere troppo esplicite delle scene di sesso. La nudità dell'appartamento dovrebbe contribuire alla messa a nudo del nucleo profondo dei protagonisti( Marlon Brando e la giovanissima Maria Schneider), ma il pubblico, che decreta il successo del film, guarda alla superficie dei corpi più che alle perlustrazioni delle anime. Con Novecento (1976) affronta invece la grande storia, cercando di tradurre, da una parte, la lezione poetica del padre, dall'altro di mostrare di adattare le lezioni di John Ford e Kurosawa, per raccontare una storia della Padania servendosi dell'epopea, del melodramma verdiano e della tradizione del cantastorie.
A poco più di trent'anni Bertolucci è consacrato tra i massimi maestri del cinema internazionale.
Marco Ferreri è il regista che più si interroga sul senso della presenza della specie umana sulla superficie terrestre. C'è in lui un senso di autodistruttività e di mancanza progressiva delle ragioni del vivere che corre lungo tutta l'opera. Nei suoi film italiani, da L'ape regina a La donna scimmia a L'uomo dei cinque palloni , viene raccontata in forma grottesca la lotta per la sopravvivenza della specie. In seguito, nello sviluppo della sua attività, l'attenzione si concentra sul dramma dei personaggi, sulle ossessioni e fobie nell'immaginazione del futuro( Storie di ordinaria follia 1981).
Al suo esordio, nel 1965, con I pugni in tasca , Marco Bellocchio mostra la carica montante della protesta giovanile, l'apertura di una nuova fase storica nella vita della società italiana in cui si perde l'orientamento della politica, i nuovi punti di riferimento ideali si trovano in Cina o in Sud America e il rosso e nero delle bandiere perde il suo valore simbolico. Il secondo film, La Cina è vicina sceglie la militanza politica con la macchina da presa e cerca di registrare i comportamenti e sintonizzarsi con le spinte rivoluzionarie e l'attività dei movimenti studenteschi.
Al cinema gridato della prima fase subentra, negli anni 80, un cinema che esplora il male psichico legato ai danni provocati dal vivere in famiglia, ma che punta a riaffermare la priorità dello stile per il regista( Diavolo in corpo, 1986). |
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