Monaco domenicano, tomista, il suo programma pittorico risente di taluni aspetti propagandistici: suo intento è infatti quello di riuscire a conciliare tra loro umanesimo e religione, che gli attacchi degli Osservanti, agli esordi del XV secolo, tendevano a separare; e di mettere a profitto dell'arte antica i risultati delle nuove ricerche, al fine di elaborare un umanesimo cristiano, il cui realismo potesse assurgere a dimensioni poetiche. Lo scarso seguito, presso i Fiorentini, dei rappresentanti della grande linea innovatrice (Donatello e Masaccio), consente all'“elegante classicismo medievale” di aprirsi la strada attraverso personalità come la sua o quella di Ghiberti. I due hanno in comune un medesimo gusto per i rapporti armoniosi che si stabiliscono tra gli esseri e lo spazio, tra le forme avvolte e le forme avvolgenti.
Per loro, la prospettiva si rivela in modo empirico, non è mai un elemento stabilito a priori. In Incoronazione di Maria (1434-35 c.ca, Louvre), la composizione si svolge su un piano verticale e conserva il gusto per i particolari pittorici e il riverbero dei colori dello spirito gotico; la rappresentazione dei paesaggi paradisiaci nella tavola è invece il frutto dell'influenza esercitata dall'arte dei miniaturisti. Questa tradizione pittorica che, passando attraverso Gentile da Fabriano (1370 c.ca-1427) e Lorenzo Monaco (1370 c.ca-dopo il 1422), riconduce Simone Martini a Beato Angelico, ricerca nella creazione di un universo di leggenda un mezzo onirico in grado di eludere le grandi questioni teologiche che hanno scosso il Medioevo.
Il grande merito di Beato Angelico è stato quello di non essersi costretto nei limiti della suddetta tradizione, e di aver saputo adattare la propria arte alle nuove scoperte; merito tanto più grande, in quanto non si tratta di una semplice evoluzione, bensì di un cambiamento radicale che chiama in causa non soltanto la produzione artistica di un'epoca, ma anche i fondamenti stessi della mentalità nuova, che faceva la sua comparsa all'alba dei tempi moderni. La conversione allo spirito umanista implica la convinzione che la verità, che fino ad allora era “rivelata”, sia ora costruita dall'uomo con le sole proprie forze.
Il contrasto è illustrato nella Crocifissione del convento di San Marco (1440); Cristo si trova circondato da due gruppi, quello delle pie donne e quello dei dottori: si può arrivare a Dio percorrendo due vie, quella del cuore e quella della scienza. L'origine diretta di questo nuovo orientamento è riscontrabile negli affreschi di Masaccio, a Santa Maria del Carmine di Firenze (1425).
Nel convento di San Marco, ricostruito da Michelozzo tra il 1436 e il 1452, il susseguirsi degli affreschi (eseguiti intorno al 1437-45) illustra, di cella in cella, episodi della vita di Gesù Cristo; lo stile spoglio e il carattere austero discendono in linea diretta dall'arte di Giotto; mentre i corpi si impongono ora secondo un modello che rievoca alla mente certa scultura francese del XIII secolo.
Le ultime opere realizzate a San Marco precisano il senso nuovo che Beato Angelico conferiva ormai alla propria arte; in una figura come quella del Cristo oltraggiato , quel gusto un po' limitato per i particolari, come per esempio le piccole pieghe strette degli indumenti, cede a uno stile più ampio: le grandi pieghe del vestito di Cristo si distendono generosamente verso terra. Quando, nel 1447, è chiamato a Orvieto per eseguirvi, sulle volte della cattedrale, una scena del giudizio universale, è ormai un artista nel pieno possesso dei propri mezzi; la figura di Cristo è caratteristica di questa ultima tappa della sua carriera di pittore, segnata da due soggiorni a Roma. Durante il secondo, che fu di breve durata, lo colse la morte.
È stato dunque molto probabilmente nel corso del primo (1447-49 c.ca), che Beato Angelico compose in Vaticano due gruppi di affreschi, uno solo dei quali, quello dell'oratorio di Nicola V, è pervenuto fino a noi: sui muri sono raffigurate scene della vita di santo Stefano e di san Lorenzo; la volta è invece riservata agli evangelisti e le colonnine d'angolo ai dottori della Chiesa. La vita dei santi si svolge in un quadro di architettura arcaicizzante, le prospettive si aprono su paesaggi descritti fedelmente, mentre l'ombra proiettata dai personaggi li integra definitivamente nello spazio. L'ispirazione di questa arte non è più Giotto, bensì il suo grande contemporaneo romano, Pietro Cavallini (1250 c.ca - 1340 c.ca).
Tutte queste ricerche pittoriche, oltre alla sua curiosità naturale nei riguardi delle realizzazioni più recenti nel campo dell'arte, e al suo stesso fondamento dottrinale, che si avverte nelle sue opere, ben lo collocano nell'ambiente intellettuale fiorentino del Quattrocento, nell'ambito del quale si riscoprono Platone e i filosofi dell'Antichità e la prospettiva dà luogo a costruzioni dello spirito che, in nome della realtà matematica, potrebbero correre il rischio di perdere di vista il senso dell'umano più semplice e più diretto. In quest'ultimo senso, tuttavia, Beato Angelico si allontana dai suoi contemporanei componendo tra loro gusto gotico e sensibilità nuova, poesia e realismo, insomma due epoche e due stili, per elaborare una “summa”, trovare un punto di fusione a partire dal quale sarà possibile il sorgere e lo svilupparsi dell'età d'oro del secondo Rinascimento. |