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Arte degli antichi Egizi |
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Ancora poco conosciuto, il paleolitico mette in luce una bella produzione litica e, a partire dalla fase superiore, numerose incisioni rupestri, soprattutto in Nubia. Il neolitico vede l'insediamento nei villaggi e la produzione di tessuti, di oggetti in vimini e di ceramiche. Le due fasi della cultura Nagada, o predinastica, precedono il periodo tinita, che si apre con la celebre tavoletta di Narmer. Questa ci insegna che, verso il 3200, il regno delle «Due Terre» viene unificato da Narmer-Menes e che già si usa la scrittura e si pratica l'irrigazione.
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Dei materiali di base di questa architettura delle origini (legno, canne, stuoie) non abbiamo alcuna traccia. È grazie alla loro rappresentazione su stele mirabilmente scolpite (stele del re serpente, Louvre) che conosciamo i primi palazzi e le prime tombe tinite. Da più iscrizioni sappiamo inoltre che in questo periodo vengono edificati numerosi templi. A partire da questa epoca remota vengono fissati i caratteri fondamentali dell'arte egizia -interamente imperniata sul mondo divino, sulla sopravvivenza nell'aldilà e sulla gloria del sovrano.
Ma questa certezza nella sopravvivenza e nell'eternità porta all'uso del mattone crudo ancor prima che a quello della pietra e appaiono le prime mastabe di Abido e di Saqqarah. Sono composte generalmente da una tomba scavata a pozzo e sormontata da una struttura piena -con base quadrata e muri leggermente inclinati -nella quale è riservata una cappella accessibile ai vivi; ben presto vi si aggiungeranno molti magazzini funerari.
L'insieme è circondato da un muro esterno con numerose nicchie. L'arredo funerario -e in particolar modo i vasi in pietra dura - attesta il grado di raffinatezza di questo periodo. Ma l'arte classica egizia conosce il suo apogeo durante l'Antico Regno (dal 3200 al 2280). Zoser e il suo geniale cancelliere-architetto Imhotep sono i creatori dell'architettura monumentale, di cui il vasto complesso funerario di Saqqarah ne è splendido esempio. Le costruzioni di Imhotep sono vere trasposizioni nella pietra della precedente architettura in legno e vimini. La colonna non è forse il richiamo del fascio di papiro unito da un legaccio e il suo capitello non ricorda forse lo sbocciare dei fiori? Che siano palmiformi (fusto monolitico circolare e capitello a palma), lotiformi (fusto fascicolato e capitello a bocciolo di loto chiuso o aperto) o papiriformi (fusto strozzato a nervature e capitello a fiore chiuso o, più tardi, fusto liscio e fiore aperto), tutte le colonne riproducono forme vegetali della flora egiziana, fino al tipo composito adottato nell'epoca tolemaica.
Dopo la piramide a gradini di Saqqarah , si può pensare che le piramidi di Meydam e Dahsur siano delle tappe verso la perfezione delle piramidi a spigoli rettilinei della IV dinastia a Gizeh o, come a Saqqarah, esse costituiscono solo uno degli elementi del complesso funerario, formato da cortili, da costruzioni sacrificali fittizie o non fittizie e dal tempio funerario e circondato da una cinta comprendente le barche funeriarie. I dignitari si raggruppano intorno al faraone e le loro mastabe tendono ad ampliarsi, mentre il sepolcro del sovrano si fa più modesto.
Lo scultore riproduce fedelmente i lineamenti del suo modello. La sua opera è destinata a perpetuare l'immagine del defunto nell'eternità e la statuaria civile dell'Antico Regno - malgrado gli imperativi dettati dal canone e l'atteggiamento ieratico -ha una vitalità stupefacente. La statuaria reale, pur essendo alquanto fedele, tende a idealizzare e sintetizzare i tratti del faraone, accentuando la sua maestosità e la sua nobiltà. Gradatamente questo tipo d'arte si porta verso uno stile convenzionale, soprattutto durante la V e la Vl dinastia. I numerosi resti delle mastabe ci mostrano la vita quotidiana e familiare del defunto, che si perpetuano nell'eternità. Scene di caccia, di pesca, di raccolti e di banchetti si succedono a scene di oblazione o a momenti in cui il defunto esercita le sue funzioni ufficiali.
A partire dalla fine della V dinastia e durante la Vl, le piramidi faraoniche sono decorate da stupendi geroglifici, che costituiscono il «testo delle Piramidi».
Il primo periodo intermedio, epoca di disordini e di decadenza, non conosce grandi creazioni artistiche.
Il Medio Regno (dal 2052 al 1770) corrisponde a un rinnovamento artistico anche se, a causa dei successivi reimpieghi, poco resta dell'architettura religiosa; l'architettura militare, con le fortificazioni di Nubia, testimonia la potenza dei faraoni e i loro lavori nel Fayyum. L'architettura funeraria associa la piramide, spesso in mattone crudo, e la tomba rupestre. Vengono costruite opere stupefacenti, come il tempio di Mentuhotep a Deir el-Bahari.
Si distinguono due scuole di scultura: quella del Nord, idealista, s'ispira a opere dell'Antico regno; quella del Sud pratica un realismo brutale, testimoniato dalla serie di ritratti del faraone Sesostri lll (Louvre e museo del Cairo). Anche la statuaria privata si umanizza, pur non abbandonando i canoni delle opere dell'Antico Regno, e non ha più una funzione esclusivamente funeraria.
L'arte del rilievo raggiunge l'apice con le sculture che decorano la cappella bianca di Sesostri I a Karnak.
Una libertà d'invenzione, un gusto per il dettaglio pittoresco e colori raffinati caratterizzano i dipinti di Beni Hasan, nei quali si palesa l'influenza minoica. Gioielli e parures confermano con la loro preziosità la padronanza tecnica degli orafi.
Interrotta per due secoli durante il secondo periodo intermedio, l'evoluzione artistica riprende con il Nuovo Regno (dal 1580 al 1085). L'architettura conosce uno sviluppo grandioso. Il tempio giunge a proporzioni colossali e dietro il pilastro si succedono tre componenti essenziali: un cortile spesso circondato da portici, una grande sala ipostila, a volte due, con soffitto retto da colonne e il santuario propriamente detto, con la sala della barca solare e la statua del dio. Su questa sala si aprono numerose cappelle e sale di culto.
Tebe diventa la capitale e nei suoi dintorni Karnak e Luxor beneficiano della devozione e del fasto dei faraoni, che ampliano le loro costruzioni, come Amenofi lll alla lontana Soleb o Ramesse II ad Abu-Simbel, dove fa scavare un tempio (speos) nella falesia.
L'architettura funeraria vede realizzazioni gigantesche: il tempio di Hatscepsut a Deir el-Bahari, il tempio funerario di Ramesse II (Ramesseum) e quello di Ramesse lll a Medinet-Habu. Il tempio è completamente dissociato dalla sepoltura. La montagna tebana ospita la sepolture faraoniche nella Valle dei Re ; anche le regine e i dignitari hanno la loro valle ma il Nuovo Regno accoglie anche gli artigiani nell'aldilà: Deir el-Medineh ci mostra il loro villaggio e la loro necropoli .
Il canone si è allungato e la statuaria è notevole per eleganza e raffinatezza. I contatti dell'Egitto con i vicini orientali stimolano un certo gusto per il lusso e l'artista ritrae con sensibilità le acconciature, gli abiti eleganti e i gioielli.
Il rilievo, trattato con grande cura -come testimonia la decorazione in calcare della tomba di Ramose nella necropoli tebana -segue la stessa evoluzione della statuaria e alla fine del Nuovo Regno restano solo l'abilità e il convenzionale.
La moltiplicazione delle sepolture e la cattiva qualità della parete rocciosa portano all'impiego sempre più frequente del la decorazione dipinta. I temi principali nelle sepolture reali sono sempre mitici e simbolici, mentre nelle tombe private domina la libertà, con la rappresentazione fantastica e spigliata di scene della vita quotidiana.
Delle vestigia architettoniche dell'epoca amarniana (dal 1370 al 1314) poco si conosce. Akhenaton edifica una nuova capitale, Amarna e dedica ad Aton, il dio solare, un grande tempio a cielo pressoché aperto, i cui cortili, provvisti di altari, sono separati da pilastri. Ma la crisi religiosa porta a un brusco ritorno alla realtà. L'artista si ribella e bandisce l'eterna soavità raggiunta sotto Amenofi lll. La realtà viene in un primo tempo addirittura esasperata, mentre in seguito, pur conservando il gusto per il reale, l'artista privilegia la dolcezza e la seduzione del suo modello (i ritratti di Nefertiti e di giovani principesse, ma anche i colossi di Akhenaton , conservati nei musei del Cairo, di Berlino e al Louvre).
L'influenza amarniana persiste per qualche tempo ancora nella statuaria, ma l'arte della fine del Nuovo Regno (dal 1314 al 1085) è contraddistinta dal gusto per il monumentale e l'eterna ripetizione dei temi rende insulsi rilievi e statue.
Con la XXV dinastia (Vlll sec.) si assiste a una certa rinascita. Gli artisti trovano l'ispirazione in un passato lontano, le tendenze arcaicizzanti dominano la produzione artistica e da alcuni ritratti si sprigiona un toccante vigore; l'arte animalista resta di grande qualità.
Ma l'architettura conosce un nuovo slancio solo nell'epoca tolemaica, con opere come Edfu, Denderah o Philae e innovazioni come le mammisi (sale delle nascite), innalzate nelle aree dei grandi templi. Le colonne con le iscrizioni liturgiche forniscono preziose informazioni. La scultura non conosce grandi risultati e l'estetica greca toglie all'artista egizio la sua originalità, mantenuta fino a quel momento e che ancora è decifrabile nei ritratti di Fayum e soprattutto nel fiorire dell'arte copta, che influenzerà l'arte bizantina. |
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Egittologia |
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Con la diffusione del cristianesimo, l'antica civiltà faraonica scomparve, non potendo sopravvivere ai propri dei. Templi e palazzi ormai inutili, sepolcri privati di sacerdoti, innumerevoli oggetti di pietra o di legno, papiri recanti scritte o vignette, si offrivano invano alla curiosità, poiché l'uso dei geroglifici (che aveva già subito profonde modificazioni durante l'Epoca tarda) era andato completamente perduto dal IV secolo d.C.
L'Egitto, fin da allora, apparve misterioso e segreto e, fino al XIX secolo l'«enigma» non venne risolto. La conoscenza delle opere architettoniche e degli oggetti sarebbe rimasta muta, sterile, fino a che la lettura dei testi non li avesse collocati in un preciso contesto di evoluzione ideologica, non avesse permesso di conoscere gli uomini, il loro pensiero e non avesse restituito alla storia il suo vero sviluppo basato su precise fonti scritte.
Nel V secolo a.C., Erodoto di Alicarnasso nelle Storie racconta del suo viaggio che lo aveva condotto fino a Elefantina e vi descrive la geografia dell'Egitto, mescolando però informazioni preziose a leggende e racconti popolari, mentre lo studio della religione si rivela un'insistente ricerca di prototipi degli dei greci. Anche Strabone, Diodoro, Seneca, Plinio e Tacito, soprattutto, raccolsero notizie geografiche e storiche (che però troppo spesso riprendevano fonti orali deformate). La lingua (chiave della conoscenza) era ancora sconosciuta, anche perché si tendeva ad attribuire ai geroglifici un significato puramente simbolico; in questo tipo di traduzione, il culmine viene raggiunto da Orapollo, uno studioso originario dell'Alto Egitto (seconda meta del V secolo), con il tratto Hieroglyphyca; mentre il significato attribuito ad alcuni segni è corretto, per altri le spiegazioni offerte sono basate su allegorie che non hanno fondamento scientifico (il simbolo che rappresenta un'oca significa «figlio» per l'amore singolare di questo volatile nei confronti della madre; l'immagine della lepre indica il verbo «aprire» perché gli occhi di questo animale rimangono costantemente vigili, ecc.). Questi tentativi di decifrazione rimasero senza esito.
All'epoca delle crociate, i saccheggiatori di tombe fecero razzia di tesori sepolti. Nel 1636, la pubblicazione di Prodromus coptus sive Aegyptiacus di A. Kircher segnò una tappa importante nella storia delI'egittologia: Kircher dimostrò che la maggior parte dei nomi egiziani conosciuti potevano essere spiegati attraverso la lingua copta, e ne dedusse che il copto non era che una forma derivata dall'egiziano antico. L'intuizione era geniale, ma il dotto orientalista non fu in grado di trarne le opportune conseguenze, perché sviato dal preteso simbolismo dei segni geroglifici.
Viaggi archeologici e divagazioni filologiche caratterizzarono l'epoca moderna. A partire dal XVIII secolo, si diffuse la moda dei viaggi in Oriente, e numerose memorie descrivono paesaggio e monumenti egiziani. Nel 1798, Napoleone Bonaparte, dopo la vittoria detta «delle Piramidi» riportata sui Turchi, entrò al Cairo e vi costituì un istituto per lo studio dell'Egitto e della sua storia. La monumentale opera degli studiosi al seguito della spedizione militare, la Descrizione dell'Egitto, offriva nuovo materiale alla ricerca.
Nel 1799, alcuni soldati francesi che lavoravano allo scavo di una trincea nei pressi di Rosetta, riportarono alla luce una grossa lastra di basalto nero che recava un testo inciso in alfabeto greco, scrittura demotica e segni geroglifici, riproducente un decreto emanato nel 196 a.C., da Tolomeo V Epifane. Attraverso il greco, si sperava di comprendere l'egiziano; sfortunatamente, i geroglifici erano molto danneggiati. Nel 1801 la pietra partì per il British Museum, ma ne circolavano anche alcune copie. Si registrarono i primi tentativi di decifrazione: quelle dello svedese Johan David Akerblad (1763-1819), che risolse il problema della scrittura demotica, e del fisico Thomas Young (1773-1829), purtroppo ancora vani.
Jean-Francois Champollion , tra il 1821 e il 1822, risolse il problema; dapprima, dimostrando che nella sua triplice forma (geroglifica, ieratica , demotica ), la scrittura egiziana è unica, stabilì che, nella prima forma (come anche nella terza), dovevano esserci segni con valore fonetico. Contando i segni geroglifici della pietra si accorse inoltre che erano più numerosi delle parole del corrispondente testo greco: ne dedusse allora che ogni segno non rappresentava un'idea o una parola. Stabiliti questi principi, Champollion passò a decifrare i cartigli di Rosetta, aiutato dalla copia di un testo di File comprendente due cartigli (il primo analogo a uno di quelli che erano scolpiti sulla pietra) e una dedica in greco a Tolomeo e a Cleopatra. Poiché il cartiglio comune si doveva leggere Ptolmis, e l'altro Kliopatra, cinque lettere dovevano essere comuni ai due nomi: p, t, l, o, i; cinque segni identici si trovavano infatti al posto previsto nei due nomi; invece s e m non figuravano nel nome della regina e k, a, r, in quello del re. Dovevano perciò esistere dei segni di natura unicamente fonetica. Nell'arco di qualche settimana, il 27 settembre 1822, Champollion annunciò ufficialmente di essere in grado di leggere i geroglifici. Secondo momento rivelatore: lavorando senza pause su testi più antichi, Champollion scoprì che all'epoca dei faraoni la scrittura combinava segni fonetici e segni ideografici. Il suo Précis du système hiéroglyphique des anciens Égyptiens (Sommario del sistema geroglifico, 1824) dimostrò che egli sapeva ormai leggere la lingua egiziana di ogni epoca. Stabilita la connessione con la lingua copta, egli decifrò interi testi. La sua Grammaire Egyptienne (Grammatica egiziana, 1836-41), il Diotionnaire Égyptien en écriture hiéroglyphique (Dizionario egiziano in scrittura geroglifica, 1842-43), i Monuments de l'Egypte et de la Nuble (Monumentl dell'Egitto e della Nubia 1832-44, scritto in collaborazione con l'italiano Ippolito Rosellini [1800-43]) consacravano la nuova scienza. Il giovane scienziato francese diede cosi vita all'egittologia, vasta branca dello studio ancora oggi insufficientemente esplorata.
Giunsero i tempi eroici delle prime campagne di scavi e delle prime pubblicazioni di testi; si distinsero in quest'opera soprattutto i francesi Emmanuel de Rougé (1811-72), Joseph Chabas (1817-82), Auguste Mariette (1821-81), Gaston Maspéro (1846-1916), i tedeschi Karl Richard Lepsius (1810-84), Heinrich Karl Brugsch (1827-94), gli inglesi Samuel Birch (1813-85), Charles Wycliffe Goodwin, W. M. Flinders Petrie (1853-1942), ecc. Ma un pericolo incombeva sulla giovane scienza: accanto alle missioni ufficiali (che allora trasferivano nei Paesi d'origine i reperti archeologici), si esercitava un'attività privata non certo meritoria che dava campo libero ad avventurieri, o ad avidi collezionisti i quali, senza scrupoli, depredavano il Paese dell'antico patrimonio. Numerosi oggetti così scoperti, o venduti, costituirono il nucleo dei principali musei d'Europa. Era necessario porre fine a questa perdita inestimabile per la scienza e, per l'Egitto, perdita nazionale. Nel 1857, fu creata la Sovrintendenza alle antichità, la cui direzione fu affidata per oltre un secolo a francesi: prima Mariette, poi Maspéro (1881), con il compito di proteggere i tesori dell'Egitto, garantire la loro conservazione, farli conoscere attraverso un censimento sistematico e completo delle zone archeologiche e una divulgazione integrale delle informazioni sulle stesse. Poco tempo dopo, sotto la direzione di Mariette, fu aperto anche il Museo Bulaq, più tardi trasferito nel centro del Cairo, che diventò presto uno dei più ricchi musei del mondo.
L'egittologia (dotata di proprie leggi e delle prime istituzioni fondamentali) si andò organizzando e sviluppando: nel 1880, Maspéro creò una scuola che accoglieva giovani ricercatori. Si svilupparono anche, alcune società inglesi (Egypt Exploration Fund, Egyptian Research Account, British School of Archaeology in Egypt), l'Istituto archeologico tedesco, la fondazione Regina Elisabetta a Bruxelles. Numerose campagne di scavi o di rilevazioni furono patrocinate dalle università o dai musei di tutti i paesi d'Europa e d'America, dall'Egitto, talvolta da privati. Questa opera fu costellata di tappe memorabili: apertura delle piramidi di Saqqarah , scoperta dei siti archeologici di Deir el-Bahari, di Karnak , scavi nella Valle dei Re , scoperta della tomba di Tutankhamon .
Un lavoro notevole era già stato portato a termine: erano stati creati tutti gli strumenti per il lavoro di base (dizionario, grammatiche, bibliografie), erano stati censiti numerosi monumenti, grandi raccolte di testi e riviste regolarmente pubblicati. L'antico Egitto -riportato alla luce e compreso -uscì dal suo splendido isolamento: studiosi dell'ellenismo e della cultura latina si accorsero della funzione fondamentale svolta da questo Paese nella storia della civiltà classica; lo studio della mitologia rivela le grandi correnti di pensiero comuni ai diversi ambienti del mondo mediterraneo e orientale. |
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