Mix e master: le fasi finali nella composizione di un brano

Si ritiene erroneamente che il DJ non sia un musicista né un creativo in quanto non fa altro che mettere sulla consolle dischi e brani già realizzati e “sporcarli” o contaminarli qua e là con altri suoni o effetti. Ecco, c’è modo e modo per fare questo e c’è anche una tecnica da apprendere per riuscire a trasformare un brano esistente in qualcosa di nuovo e a volte più accattivante dell’originale. Per i giovani residenti nella capitale che ambiscono alla carriera di Dj hanno l’opportunità di seguire dei veri e propri corsi per diventare DJ a Roma, con possibilità di inserimento nelle radio locali o nelle discoteche. Chi ha la fortuna di seguire uno di questi corsi, imparerà a “comporre un brano” per poi approdare alle fasi finali: il mix e il master.

Cosa sono il mix e il master

Quando un brano è completo sul piano della composizione, vale a dire che lo si ritiene definitivo nella stesura, nella scelta degli strumenti, degli effetti e della pulizia del suono ottenuti, si può passare alla fase del “mix” vero e proprio che è il processo in cui si regolano e si migliorano i brani. Come si regolano i brani? La cosa più importante è l’equalizzazione utilizzando gli appositi EQ – equalizzatori – della propria consolle; poi si passa alla dinamica utilizzando i “compressori”, il terzo step è la regolazione dell’ambientazione che si ottiene utilizzando i processori come il “riverbero” e il delay. Già in fase di lavorazione del brano, si lavora sull’ambientazione, ma che in fase conclusiva può sempre subire delle variazioni. Oltre a equalizzazione, dinamica e ambientazione, a volte occorre regolare anche la saturazione e la distorsione con gli appositi saturatori e distorsori: lo scopo è rendere il suono più compatto, deciso e marcato. Terminata la fase di miglioramento delle singole tracce o brandelli di brani, si procede al mix vero e proprio, vale a dire alla creazione dei collegamenti o sidechain per verificare che i settaggi di equalizzazione e dinamica funzionino tra loro o vanno a sovrapporsi. Ogni suono deve essere pulito e ben distinguibile, deve inserirsi all’interno del brano senza fargli perdere identità, almeno ché non sia un effetto desiderato. Durante questa verifica, si ascoltano prima solo i “bassi”, poi solo i “kick”, poi bassi e kick, poi le batterie e i lead e così via, toccando tutte le combinazioni possibili che abbiano un senso sonoro rispetto alla traccia. È in questa fase che si lavora con la volumizzazione, vale a dire la regolazione dei volumi di ogni singolo suono, procedendo per combinazioni e partendo sempre dal kick. Una cosa importante e che pochi sanno è che si lavora sempre a volumi molto bassi e mai in “clipping”, ovvero oltre lo 0 dB, in realtà la somma di tutti i suoni (headroom) non deve superare lo 0 dB, ma rimanere tra – 6 e – 3 dB, per favorire la fase successiva di master.

Infatti, una volta completato il mix e riascoltato più volte in varie modalità (volume basso, altissimo, cuffie o altro supporto audio) si può procedere al master.

Ottenuta la qualità ottimale del brano lo si registra in .wav a 24 o 32 bit: questo è il mixdown.

Si passa così al processo di master che consiste nel modificare il mixdown attraverso una catena di processori. Non esiste una catena di processori standard e valida per tutte le tipologie di brani, tuttavia, solitamente il settaggio che si segue prevede la seguente sequenza: equalizzatore per pulire le frequenze, compressore per compattare il suono, stereo imaging per la stereofonia, compressore multi banda per la dinamica generale del brano, armonic exciter (a volte), expander, equalizzatore, limiter. Completato il settaggio, se si ritiene il brano perfetto ed equilibrato lo si riproduce in tutte le modalità: volume, alto, basso, cuffie, in diversi ambienti e locali. Se risponde bene in tutte le condizioni lo si può finalmente esportare in “normalizzazione” e ricavarne il file audio che diventerà il brano definitivo da registrare e pubblicare.

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